La netturbina del Signore

Una singola Berenice si staglia sul tetto di paglia e invoca gli spiriti della notte per farle un regalo. Vuole partorire un Dio. E uccidere il Papa. Un angelo del signor Dio plana su di lei e la rapisce, la mette in una grotta e abusa di lei per un mese insieme agli altri angeli del signor Dio. Dopodiché rimane effettivamente incinta. Durante la gravidanza lavora come impiegata alla corte del Re Solitudo il Pio Pio Ma Proprio Pio. Canta le lodi del Signor Dio al monastero delle suore carmelitane e prega la Vergine per propiziare il proprio parto che però si protrae oltre i nove mesi stabilendo un record di diciannove mesi e due settimane dopodiché uscirono tre gemelli, due femmine e un omosessuale maschio. Se non avesse condotto una vita così Pia il Tribunale per i reati dello Spirito l’avrebbe sospettata di convivenza con il Grande Sultano e l’avrebbe costretta ad ingerire il fungo dell’Acauaretta che dopo dolori tremendi in tutte le fibre del corpo fa dire solo la verità, o, comunque, quello che il Santo Prelato vuole sentirsi dire. Comunque alla fine partorisce. Calando di quindici chili. Nessuno dei tre era un semidio, ma si sono tutti diplomati come netturbini notturni.

I baci di Odino

Un fluido ancestrale si digerisce nelle mie viscere
Un sole interrato esplode nel mio spirito
Sole e sogliole danno da mangiare alle mutande di Dio
E’ con questo che io ti saluto Spavento della Serra
I leoni scodinzolano davanti alla tua nera luce
Odino s’inchina davanti al tuo cospetto.
Scale di fiori inneggiano al tuo trono
La dove un sacro culo si appoggerà

Il vento risorge al suono del tamburo e sfida le Grandi Orde di gnomi che sciamano nel regno di Mamayama in cerca del Frutto Proibito del Giardino dell’Ebano Nero fiutano l’odore acre della conquista. Cavallette in cerca di polpa che gonfi la loro bocca. Si avvicinano correndo e volando pitturando colline e valli a perdita d’occhio. Ermes sa che si dovranno fermare contro le mura. Solimano il magnifico sa che gli Gnomi sono solo l’avanguardia. Ermes non si aspetta che gli gnomi siano capaci di mangiare la pietra. Ma una volta sotto le mura come cimici cominciano il loro lavoro nonostante i dardi esplosivi e le colate di Ambra Nera che fa infiammare il corpo dal di dentro. Argno uno gnomo Manuale la cui moglie lo aveva raccomandato quel mattino di essere prudente mentre lui in quel momento era guidato da una forza più immensa di lui, quella dello Sciame e obbediva al Cieco Ardore si prese una doccia di Ambra Nera prima e un dardo esplosivo dopo, quindi la sua esplosione praticamente bucò il cielo e rimase impressa nella memoria di tutti quelli che immaginarono che fosse un semidio e che solo in quel momento lo capivano. Alla moglie raccontarono della sua esplosione come di una cosa che lo portava nella leggenda di cui si sarebbe sempre parlato. “Quanto vale questa esplosione? Ci mantengo i miei figli o no?” chiese lei.
Le donne non capiscono certe cose.

Una fila di cespugli si intreccia con un dipinto di Matisse per creare l’energia elettrica primitiva che incendia i danzatori che come dannati di un Titanic festeggiano il loro dolore. Uno sciamano lievita su un fuoco mentre i ballerini gli girano intorno e intorno a loro i tamburi battono il ritmo del mondo e i babbuini osservano perplessi dagli alberi una vecchia scimmia senza peli e con inchiostro rosso e giallo sul muso che emette un suono sempre uguale che all’inizio non sembra niente ma poi tutti si accorgono di avercelo talmente dentro da esserne schiavi. È allora che il vecchio sciamano scende sul fuoco, dentro il fuoco fino a diventare fiamma lui stesso, una fiamma che cammina e si unisce alla danza. Una fiamma che si sparge amichevolmente su tutti gli umani senza peli. E’ una fiamma che non brucia fuori, ma brucia dentro. Dentro sì che consuma. Consuma il cervello e tutti quelli che danzano moriranno con il cranio bruciato. E troveranno ancora al centro del fuoco una vecchia scimmia con i peli e tutto che all’alba si alza e va a raggiungere quelli della sua specie che lo applaudono, grati per il bello spettacolo e lentamente sciamano fuori dal teatro.

Un’atomica per gli ayatollah

Era una giornata come le altre. Poi un missile atomico entrò a Teheran. Senza bussare. Entrò e basta. E fece piazza pulita. Non ci furono dichiarazioni di odio, né di guerre. Solo perché non c’era più nessuno per farle. Quindi nessun problema. Un secolo dopo il sole sorge e illumina un mondo dove tutti sono fratelli ma nessuno è uguale all’altro.
I galli saltano e le galline fanno il brodo e la vita dimentica il passato.

O bella mia nella cucina di Vulcano ricorda un popolo che a costo di prostituirsi all’islam resta imperiale. In una notte stellata la mia serenata io canto per te.
La luna si erge a mezzogiorno e la Terra ruota al contrario. Un effetto del cambiamento climatico, no è stata Greta e i Gretini e anche i Grilliini.
Anche loro parlavano latino dice Salvini.
Una danza del ventre sostiene il vento nucleare che soffia febbricitante sulle città vicino a Teheran e urina supremamente dall’alto del Buddha che urla “non dimenticare da dove vieni, atomo sei e atomo ritornerai”. Il sonno eterno viene a prenderti e ti porta con sé.
Presidente Jefferson piangiamo sulla tua tomba.

Il comandante in capo

Il comandante in capo ammazza altri comandanti in capo con droni di metallo pesante. Ammazza, twitta e poi dazia. I buoi e le pecore lo seguono belanti. Ogni frustata è un piacere. Ogni offesa un complimento. Ogni peto è un voto in più. Ogni rutto un applauso strusciante. Un certo olezzo segue certe persone. Una puzza urlante sfoglia miscredenti che battono bandiera rossa per farne una puttana al posto di una democrazia. E allora votiamo. Fogli bianchi con una X al posto della fede in Dio. Fogli rotti in mezzo ad una trebbiatrice.
Ma questo è un uomo? Voglia di distruggere l’erba, bruciare, uccidere. Violenza pura. Il voto ora serve per distruggere, non per costruire. Paura non fiducia.
E la terra brucia.
La violenza del fuoco fa piazza pulita del senno di Ariosto, ma stavolta nessuno lo andrà a recuperare nella galassia.
E l’orchestra suona e noi si balla, attorno al fuoco, sempre più vicini. Cantando filastrocche e canti gregoriani che hanno sempre meno senso. Poi, il senso di che? Paura, non senso. Senza il senso c’è solo la paura della vita.
Vacche belanti si buttano nel fuoco, saltando lo steccato come gli dice il capo.
Tutto finisce. E passiamo al tiramisù.

sul capodanno cinese

Oh, viola pazzesca se tu mi uccidessi ora non soffrirei da tanto che è la sofferenza dell’umana gente sul gabinetto del mondo. In quell’attimo di sforzo canta e balla la flora intestinale. Mangia coniglio, il reddito di cittadinanza, mangia la carota di Belzebù. E dona la tua carità il giorno di Natale sperando che il prossimo anno sarà migliore senza fare un cazzo in più.

Tredici uomini e una gondoliera

Sulla cassa del morto

Un epitaffio di primavera
Con le campane a morto
È una cosa bio, non ha le tette a pera
Perché cade da una foresta, non nasce nel tuo orto
Ma scende dalle stelle, come tutte le panzane della nuova era
Enrico ci crede come tutti i fedeli dell’anno cinese del coniglio da asporto
E Beatrice s’illumina a giorno pensando all’autocombustione di una bufera
Di neve solare che buca la tuta d’astronauta e ci mette dentro un piede di porco
Per fare la festa di un Capodanno a un tacchino e a una capinera

Dramma di melo

Oggi il melodramma su queste reti è una gioia di proporzioni da letto matrimoniale. Se una coppia non scopa che coppia è? c’è chi vive le conseguenze della coppia, chiamandola ancora matrimonio.La bellezza del mondo ti si staglia davanti quando la libertà ti sveglia tutte le mattine e ti dice che il mondo ti vuole bene e che non c’è da aver paura. Questo è melo drammatico. Il sonno che si distende sui tuoi occhi a ogni momento e ti richiama alla tranquillità della morte. Mandiamo e mail, messaggi, messaggi vocali, che nessun dorma, che nessuno muoia. Una signora pulisce le stanze della mia memoria e io pulisco lo scarico del mio cesso. Personalmente mi sento un po’ come se non sentissi niente a parte la paura. Il bello della paura è che non ha bisogno di una giustificazione per esistere. C’è e basta. Ogni tanto sonnecchia un po’, poi si sveglia, cosi’, senza ragione. Benedetto sei tu, e anche io. Susanna tutta panna era un film su una torta…alla panna. Quella che si sciolse dal cielo e nutri’ gli ebrei in fuga dalla guerra in Siria. Perché morto un Mosé non se ne fa un altro? e poi un altro ancora? ma forse ora è tempo di morire nello schermo di un computer e dimenticarsi chi siamo finché non usciamo dalla bara dell’ufficio.

La fine della morte

Eros che volteggi nelle molecole di panna astratta cogli la prima mela e togli di torno un dio pedante.
Scrofe volteggiano aeree insieme a zanzare d’oro zecchino e pullula il cielo di aria calda arsa e fumante come la canna di una pistola del vecchio West o quella che mi fumo tutti i giorni. Ebbene il senso è una cosa che ci inventiamo tutti i giorni per capire perché decidiamo di renderci conto del passare del tempo invece che continuare a dormire lasciandolo scorrere che tanto non cambia niente.
Topi e animali e insetti e rane e serpenti, si rendono conto? o non si rendono? o si arrendono? e se ci arrendessimo anche noi? la risposta forse sta nella domanda.
Un beccucchio d iallodola canta loa Marsigliese e mi ricorda che quando ero piccolo il tempo era un grande momento di sonno. Che non sarebbe finito mai.
Nell’infanzia non sperimentiamo la fine perché non ce ne rendiamo conto. Poi iniziamo a morire. La morte di una cena, di una storia d’amore, di una notte di sesso, di un’amicizia, di una persona cara, di un momento di felicità. Altre cose iniziano e con trepidazione, in fondo, ci chiediamo, quando finiranno? Quando arriva, finalmente la anche nostra morte, non è che abbiamo perso poi tanto.
In questa dimensione l’unica cosa che non ha mai veramente fine, è la fine stessa, la fine della storia. E noi in fondo non siamo altro che storie, che iniziano e finiscono. A volte la fine arriva insieme all’inizio stesso, senza un climax. Ma ce lo dimentichiamo. Come i dolori da parto. I ricordi deformano tutte le storie che abbiamo vissuto e ci raccontano solo quello che vogliamo sentirci raccontare. Non ci raccontano mai il dolore. Sempre il climax. Ma si sbagliano anche loro e a volte non cancellano bene.

Inno alla frittata sarda

Una leggerezza conta le paroleal ritmo di unabatteria di pentole di acciaio che sa di pioggia bagnata sull’asfalto.
Una donna volteggia leggiadra su un violino suonato da migranti italiani in Congo. L’ultima frontiera dell’hi-tech.
Un brodo simultaneo convince il dio nucleare a tempestare di gemme la capitalie internazionale della moda: Salerno.

Hare krisna are ar

Cavalli pazzi sciolgono la mia mente in un tesoro brillante come gli occhi di un coccodrillo che ama follemente una trota prima di doverla mangiare. Per dover ballare con scarpe da ballerina l’ultimo tango a Parigi e ricordarsi di quando era piccolo e apriva i regali di Natale davanti alle lucertole e agli squali. Musica maestro. Accogliamo l’ultimo dell’anno in una coscienza becera che illumina l’ultimo libro della giungla senza risate che possano evitargli l’ultimo Cristo.
Coleotteri simpatici impestano la mia mente e le danno la droga che abbisogna, la droga dell’amore ke94uvg. Esco e mi butto dal cancello e mi si apre una strada dorata con qualche schizzo di merda e vedo un toro che mi aspetta per compiere il perrcorso e attraversare la valle mentre Virgilio lo sfida a duello. Entriamo nella Messa eterna dove i dannati stanno cantando in coro la loro stessa condanna.
Eschilo, Eschilo Senofonte che riempi di versi la tragedia del Moro di Venezia e ruggisci avventatamente dentro ai barili di petrolio. La luce colpisce i miei occhi che brillano come quelli di un coccodrillo che ama i trans. Li ama cosi’ follemente che li preferisce alle donne.
Le lacrime che scendono fanno brillare i miei occhi di donna misteriosa e sensuale che un folle fascino animale trascina nei meandri della caccia al maiale. L’essere penetrata dalla verga dorata del mio dio mi lascia contenta di vivere una vita da adolescente mattutina.
hare krisna hare hare
Hare krisna hare hare, hare krisna murti che ci vuoi tutti bene, che ci vuoi tutti felici e noi camminiamo e balliamo e cantiamo cantando hare krisna hare hare, e dagli anni ’70 che ti mandiamo a fare in culo, ma tu sei sempre nella bhocca di qualcuno,, magari anche nell’intestino. Di una canaglia senza rispetto, pacifico e sereno, come una foglia di marjia.
Cani pazzi che ridono. Cani elettrici che si baciano. Cagne rognose che si fanno montare come la panna.

Un lapo al giorno toglie il trans di torno

Mi struggo e mi sfuggo in cima a uno struzzo. Il lurido olezzo di una capinera orientale sventola come una bandiera bianca sul pennone maiuscolo e dà il via alla dance.
Maestose come il mastro di chiavi. Neo mi informa che la matrice si sta spezzando le reni e voterà si’ e no al referendum del quale, comunque, non ci ha ancora capito un cazzo, ma voterà pro o contro Renzi per non sbagliare. La democrazia del raggio di luna. Quello che ti becca allo stomaco mentre dormi. Quella povertà sottile mascherata da libertà. Che ti secca la gola anche se non ci pensi.
È un drago d’oro che vola e scatarra. Mi sveglio e sogno la televisione che fa sesso con un paio di stivali d’oro zecchino.
Definiamo la tensione come la qualità delle zie di Donald di uccidere l’uomo seduto e grasso che beve formiche da un bicchiere di birra.
Decidi, o delfino, le sorti di un referendum per i destini della giovine Italia e di un Lapo dal collo di tacchino e della sua omossessualità latente. Povero culo d’america, solo e sempre un poveraccio che guida una Ferrari. Il triste destino di una testa di cazzo. Comunque meglio essere depressi su una ferrari a piangere dietro a una modella che a sbattersi in un ufficio per i prossimi trent’anni, no?
Salgo sul tumulo cuneiforme di un brodo di porcospini e proclamo la dittatura dei depressi d’america ma solo se figli di papà. Cosi’ Trump puo’ tessere le lodi di un cubano morto stecchito e fumarselo al momento opportuno con l’ivanka.
Escoggito ergo summo

per delirare in libertà