Yes we cazz

In una logica sfrenata di capitali rombanti moriamo di fame per nutrire gli emiri attaccati al tubo di scappamento di una prostituta che urla a bassa voce e vende l’ultima cosa che le rimane, l’anima.
Amiamo e non capiamo il risultato dell’equazione di una strada selvaggia che parla e canta in dialetto volgare una canzone della philips bevendosi un caffè omeopatico per dimenticare le brutture della rivoluzione di classe.
Le rigogliose monache morte prima dell’avvento dello zar nicola tredicesimo e nipoti, non prega giustamente altro di sotto di lei, o di fianco, che dir si voglia. Finanzio un gettito con la tredicesima rata del mutuo della casa togliendo il cibo dalla bocca di una bambina che amo.
Sbadiglio davanti al canyon dello Utah tra mormoni poligami e berlusconi monogami che chiedono al papa una grazia per non decomporsi prima di decadere e ruzzolare come una valanga azzurra che scia su navi di carboidrati bianco candeggina.
Occhio e malocchio di sfiga negra cadono su un occhio vigile del Montana tra una serrata di struzzi e la maledizione della Rosanna.

Tango

Un tango nero emerge dal succo d’arancia che brinda alla decadenza del faraone degli asinelli. Mi spurgo un naso il cui rinculo spara una canzone di Claudio Baglioni senza fuggire dalle scatole di un trituracarne. L’elemento acqueo si mescola alla panna liquida di un cuore in esplosione perenne. I colori riemergono dalle qcque di un vulcano che ride di pazzia all’approssimarsi della fine del mondo dei Lego. La pappa è cotta. Una freccia trapassa una patatina fritta al sapore di tegola. Lassù done Anissa si masturba in onore del sole, una tribù di maccheroni al pesto alla genovese. Viene in un orgasmo di basilico e pinoli di acido lattico.
Una libido inascoltata canta in un coro di mutande colorate. Si dipinge gli occhi di vernici di alluminio e progetta caschi d’oro e astronavi di carotene alfabetizzato.
Il treno di pastagomma deraglia in un canovaccio teatrale che spolvera il soffitto intelligente di un capitello invecchiato sotto spirito allegro.
Preghiamo insieme e diciamo…così per dire.
Credo in un solo Dio ma non sono mica tanto sicuro.
M’incanto al solstizio d’inverno e mi abbronzo al mancamento di una rana che esplode in una luce notturna.
E prego. Sicuro di essere visto e ascoltato dalla NSA.

Mastico violentemente

Una lunga zia bianca sorvola il golfo di Napoli e grida da un orifizio orrendo la vergogna da smaltire da un sito nucleare. Assaggio le immagini di un sole radioattivo in una frequenza d’onde lunghe, molto lunghe, lunghissime come una piramide usata da alieni e dinosauri per una festa di condominio galattica. Tra una porta del cielo e l’altra si accendono le luci dell’altare che viene dato in pasto a Cristo dopo una condanna dell’Inquisizione. Tifava anche lui per il Milan. E votava Berlusconi. Per quello l’hanno condannato. Nel 2030 c’è la purga dei colpevoli e una nuova Stalingrado si accinge ad essere rasa al suolo anche se si trova a Comacchio.
Si forma così un brodo primordiale di fischi stantii e meandri di colpe e vergogne che sanno di pollo fritto al Kentycky fried chicken. Una strega si procura la prima pagina di giornali d’amore e scrive lettere di gioia alla legge di stabilità che metterà in crisi la libertà del popolo.
Il primo ministro si masturba nell’elica di un aereo a turbine mentre in bagno si accumulano le forche caudine che esalano miasmi coloniali di un dopobarba che sa di soffritto andato a male dove le mosche hanno piantato le tende e giocano a fare gli scout.
Padre nostro che non ci caghi nei momenti del bisogno prega per un piatto di pastasciutta assicurato ai turisti del grand hotel eccelsior mentre faccio visita ai grandi magazzini per l’occasione del secolo “la scopa della strega” e mi diverto a imbottire di carne rossa il malleolo di una tartaruga zoppa.
Ballo la Zumba tra coriandoli natalizi e fuochi d’artificio del primo agosto. Ho la testa che mi cade. La lascio cadere ma prima mi gratto la forfora.

Rabbia

Un vago trigonomio mi parla e mi dice “Pentiti degli zigomi di un’argilla vivente”. Peccato, perché guardavo la mia serie preferita di due zii che dormono tutto il giorno. È un grande fratello che si masturba le pere grigie. E adora il rigurgito senile di una prostituta dorata di greggio. Eloina sogna elefanti d’oro che celebrano matrimoni senza tappeti e l’immagine della Madonna che scende da una montagna su una pista da sci di fondo e si trasforma nella valanga azzurra.
È per quello che è apparsa alle pastorelle di Fatima. Che anche loro quel giorno avevano di meglio da fare che guardare una zia che faceva loro la paternale dalla luna. Il clitoride zodiacale della Madonna si situa tra labbro polare e la stella del punto G. Un santo protettore per i cornuti e le luci della metropolitana. Una corsa all’interno del treno si costituisce davanti alla polizia e finisce in prigione. Per sempre.
Aspettando i re magi. Ora è Natale. Ora arriveranno i tre stronzi. E ci martelleranno le palle fino al giorno del giudizio. A Natale saremo fuori dal tunnel. A Natale vedremo la luce. A Natale il bambin Gesù dirà Porca Madonna. A Natale succederà che i pesci faranno giardinaggio pascolando le vacche. A Natale conteremo i cadaveri. L’ultimo Natale poi la fine del tunnel. Vedo la luce diceva Monti.

Un Celice d’oro, un delirio Vasto.

Una setta si compiace del pallone d’oro attanagliandosi le dita tra un’incudine e un martello. Un roditore s’infila in affari che non sono suoi e perde la coda in un tentativo maldestro di pregare un castoro crocifisso tra due denti affilati. È una corsa l’oro quella che si siede trafelata tra una folla urlante e una musica trance assordante e metallica. Vibrano i timpani di periferia. Saltano le corde elettriche di un subacqueo in immersione tra stuzzicadenti impalpabili e gamberetti che sanno di polipo azzurro. È così che finisce la storia. Con due anzi tre, anzi quattro gatti delle nevi che si accoppiano tra di loro in un intercorso che suona una chitarra da flamenco che si origina in un’ascella pelosa mai lavata.
Pelli di platano scendono soffici sulla mia pelle e grattano via il sudore di un amore mai consumato. Sulla mia pelle molle si cicatrizza un mal di stomaco che balla il tango su un collo di volpe che mi serve per lavarmi i denti la sera del dì di festa.
Odi Odino il calore dell’uomo che cova salsicce nel buio di un porcile. Scende il liquido marrone da un cielo grigio. E cola lungo le scarpe rattoppate di un papero zoppo.

Il corvo

Una vita di spesa costante in crescita efficiente si mescola con il fumo di una marmotta fatiscente che dorme su un ghiro di cartapesta. Il libro aperto di una Messa scontata mi accarezza i timpani di una melodia feroce e pungola la mente con stuzzicadenti nel calcagno ateo. Una masturbazione costante s’interseca con la pipa che non è una pipa ma una pippa che mostra il lato x come fosse una torta decadente mi parla e mi dice “Ungiti il capo di pizza condita con mosche e topi d’appartamento che il tempo dura poco, ma è eterno” questo mi dice dall’aldilà. E sento urla di diavoli e politici e rissa di stormi corvini che mangiano patate fritte alla festa dell’Unità.
Boia ci molla, in un bacio affettato di prosciutto e mortadella. Conchiglie di pane consumano la mollica dei miei denti allertando il dinosauro che prende i piedi in contropiede l’avversità dell’esistenza. Mi ricordo un tempo che fu in cui le mutande scendevano dal cielo, ma oggi chi osa suonare la chitarra?

Una pecora s’ingiallisce le dita scoperchiando un delirio di mango

Una mano di cartapesta si stuzzica l’orecchio di paglia e l’altra mano suona il gong. Filippo ama una chitarra alla follia erotica, la gioca al flipper per un pugno di dollari e la perde rovinosamente contro una scommessa alla palla di lardo. Non potendo vivere senza un suono a macchia di leopardo Filippo si muta in una transenna di caramello e si fonde alla prima giornata di sole azzurro. Colpisco al centro le foglie di un cumulo di letame per muover e un’anima di legno e mi chiedo se la filosofia del sale è tutta in un piatto di patatine fritte che mangerò tra poco.
Il silenzio licenzia impiegati e operai, imprenditori edilizi e prostitute e li manda in una strada che sa di spazzatura atomica. Là dove una pista di atterraggio s’informa degli ultimi diritti dei lavoratori a colpi di sciopero e pistola Filippo si distende a prendere sole e spazzatura, nel silenzio di una tomba nella quale i licenziati prendono la pensione d’oro, d’argento e di birra.
Cavoli, però quanto un cuscino farebbe comodo in questa situazione, pensa un po’ nevrotico, E quante puttane darebbero una mano per una serata all’olgettina tra champagne e arrosto di prosciutto con aceto di Viagra su panzerotti di stupro. Il partito dei giudici s’indegna e il cittadino si rompe il malleolo contro un branco di balbuzienti che fanno finta di non tartagliare, ma solo in campagna elettorale.

Black block di tungsteno blu

Pongo si trastulla con l’umanità reggendo un reggiseno con il moccolo di una candela asmatica. Il senso di una trasmissione serale dedicata agli scrittori morde il freno di un gallo redentore di fronte al terzo occhio di un Buddha che pratica sci estremo.
Il mallo elicoidale di una passera cinguettante si stacca provocando uragani sulla Sardegna dove i superstiti si guardano in cagnesco mostrando i segni del tempo che passa e gli affligge col collo di una damigiana con la sottana.
Belando e ridendo Iura Estasi si masturba davanti alla statua di una sega per metallo arrugginito e si passa una lima tra le cosce per provocare più attrito a causa dei calli fosforescenti che le fuoriescono dalle ovaie tentacolari che hanno stritolato più di un pene.
Decomito e Gabbanella si intrecciano i loro rituali amorosi per imputridire gioiosamente nel corso di una manifestazione funebre in piazza Navona insieme a due black block omosessuali che praticano il sadomaso spinto per le scale di una scala antincendio
Non oso vituperare una vecchia assassina di orche e balene mentre parla da un peschereccio di gommapiuma e solca gli oceani bevendo l’acqua del mare come fosse coca cola spremuta da una patatina fritta
Il gallo canta sempre troppe volte

Una sega di capodanno

Una corsa o no mi vitupera la lingua. Nell’aspetto della sala d’aspetto, aspetto un corvo che non arriverà mai. Aspetto la pensione e vado in riva al mare per aspettare il postino che non ha posta per me.
Aspetto la posta e vedo una prostituta che aspetta sotto il sole di mezzogiorno un cliente che non arriva. In compenso arriva un coccodrillo e la porta via, verso la laguna.
Lo guardo e li guardo e penso che quel rettile non ha pagato un centesimo.
E penso che perlomeno lei ha finito di aspettare
Una nuvola nera oscura il sole. Forse pioverà, finalmente, penso. Ma no, se ne va e si dissolve. E aspiro ancora la polvere della strada, tra case deserte e piante grasse. E donne grasse che guardano dalle verande. E fumano. E aspettano. La fine della giornata. Per dormire e ricominciarne un’altra. E io per aspettare sveglio il prossimo postino.

Delirio di Plastica

Elina si tuffa in un lago dall’acqua cristallina. Intanto un pesce fugge da un pesce più grosso. Elina nuota verso la sorgente del fiume mentre le trote si divertono a giocare a pallavolo. L’aria e fresca e le canne di bambù chiacchierano solleticandosi le ascelle con la lingua reciprocamente. Elina esce dall’acqua e va a fare pipì dietro un cespuglio e inavvertitamente la fa su una talpa che rischia di annegare nel tunne. Suo padre sta pescando dall’altra parte della riva e non la vede ma sa che si trova lì vicino dato che la sente cantare. Un rumore di jeep rompe la magia della radura. Da essa ne escono due uomini con una tuta rossa in plastica fosforescente e chiedono Vecchio cerchiamo un ospedale per nostra madre che sta morendo nel bagagliaio, sai dove ce n’è uno.
Non so dove c’è un ospedale, ma so dov’è un cimitero, che forse vi serve di più, fa lui.
Buona idea fa quello più alto, Mario, ma ora vogliamo un medico
Ne ho uno qui in tasca se vi va, fa il vecchio, diciamo che si chiami Taddeo
Ed ecco che il canto di Elina si fa più vicino. I due giovanotti si girano per cercare questo suono melodioso hce riempie le foglie degli alberi che anch’esse si sono fermate per ascoltare e anche il vento s’è fermato.
Tutto si ferma finché tra un rumore di rami spezzati e l’altro appare loro davanti una tipa abbastanza bassa, nuda con due tette enormi e i lunghi capelli bagnati e mossi e un delizioso pube di folti peli rossi. Gli occhi da tigrotta svegli e azzurri li squadrano e senza batter ciglio si avvicina senza inibizione portando i capelli sul busto ad accarezzare i seni quasi a indicare dove guardare.
Davanti a lei si ergono due tizi biondo platino, sbarbati e puliti che la guardano a bocca aperta.
Ciao sono Elina
Ciao sono Matteo, ciao sono Aldo
Silenzio
Se ne frega a qualcuno io sono Taddeo
Silenzio. No, non gliene frega a nessuno. Neanche alla madre ormai morta nel bagagliaio tra un delirio e l’altro.