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Delirio di Plastica

Elina si tuffa in un lago dall’acqua cristallina. Intanto un pesce fugge da un pesce più grosso. Elina nuota verso la sorgente del fiume mentre le trote si divertono a giocare a pallavolo. L’aria e fresca e le canne di bambù chiacchierano solleticandosi le ascelle con la lingua reciprocamente. Elina esce dall’acqua e va a fare pipì dietro un cespuglio e inavvertitamente la fa su una talpa che rischia di annegare nel tunne. Suo padre sta pescando dall’altra parte della riva e non la vede ma sa che si trova lì vicino dato che la sente cantare. Un rumore di jeep rompe la magia della radura. Da essa ne escono due uomini con una tuta rossa in plastica fosforescente e chiedono Vecchio cerchiamo un ospedale per nostra madre che sta morendo nel bagagliaio, sai dove ce n’è uno.
Non so dove c’è un ospedale, ma so dov’è un cimitero, che forse vi serve di più, fa lui.
Buona idea fa quello più alto, Mario, ma ora vogliamo un medico
Ne ho uno qui in tasca se vi va, fa il vecchio, diciamo che si chiami Taddeo
Ed ecco che il canto di Elina si fa più vicino. I due giovanotti si girano per cercare questo suono melodioso hce riempie le foglie degli alberi che anch’esse si sono fermate per ascoltare e anche il vento s’è fermato.
Tutto si ferma finché tra un rumore di rami spezzati e l’altro appare loro davanti una tipa abbastanza bassa, nuda con due tette enormi e i lunghi capelli bagnati e mossi e un delizioso pube di folti peli rossi. Gli occhi da tigrotta svegli e azzurri li squadrano e senza batter ciglio si avvicina senza inibizione portando i capelli sul busto ad accarezzare i seni quasi a indicare dove guardare.
Davanti a lei si ergono due tizi biondo platino, sbarbati e puliti che la guardano a bocca aperta.
Ciao sono Elina
Ciao sono Matteo, ciao sono Aldo
Silenzio
Se ne frega a qualcuno io sono Taddeo
Silenzio. No, non gliene frega a nessuno. Neanche alla madre ormai morta nel bagagliaio tra un delirio e l’altro.

L’eternità

Nella periferia della stanza bucata da una sciarada di zanzare ubriache di miele due ragazzini fanno l’amore per la prima volta. Nella periferia parigina. La luce dei fari delle auto illumina i loro visi sudati rendendo l’ambiente afoso molto techno. Gli occhi di lei sembrano quelli di un androide ubriaco e quelli di lui quelli di un torello con corna e muggito elettronico.

Si addormentano e si svegliano di soprassalto alla sirena di un’ambulanza che viene a prendere un loro vicino di stanza che ha avuto un infarto mentre faceva sesso con una prostituta e la moglie. Mentre gli infermieri fanno un massaggio cardiaco in un corridoio dalle luci al neon e moquette verde vecchia di dieci anni sentono il cigolare del letto della loro stanza e muggiti e urla di godimento.

Nell’orgasmo finale i due infermieri si guardano e capiscono che non c’è più niente da fare. Con un lenzuolo coprono il viso sorridente al vecchio defunto e lo portano in camera mortuaria. I due ragazzini si addormentano di nuovo e sognano di amarsi per sempre.

 

 

Toro

Un fumo avulso si erge dalla superficie del naso di un conte ombroso. Mentre i suoi capelli s’incazzano di grigio che sembra un bicchier di piombo sprizz. Devono aggiustare la strada mia cara, non ti pare una buona ragione per farmi un pompino? Via non tiriamoci i culi addosso. Non è di cattivo gusto? Il bon ton si apprezza, mentre il vino evapora dallo stomaco di una vacca alcolizzata ma felice di aver fatto la zoccola in una miniera d’oro. Meglio gli uomini dei tori. Si ripete mangiandosi un fico d’india. È la vacca del conte. Si chiama Frigidaire. Anche lui come tanti preferisce l’amore alternativo. Senza impegni. Ma per tutta la vita. Una vita che frana poco a poco addosso ad un aristocratico che conta le pecore per svegliarsi e scopa le mucche pensando di dimostrare di essere un toro.

Frangipane di un circo equestre solletichi il biscotto umido di una mia poesia.

L’amore per l’assurdo mi consola nella creazione della vita quotidiana e cambia le sinapsi del beato stronzo che sono mentre bestemmio su un pezzo di carta galleggiante. Galleggia tra la gelatina delle mie lacrime condensate in polli bruciacchiati del barbecue in casa di Gianni. Nome del cazzo, no? Scusa Gianni.
Orfelia, sua moglie, nome del cazzo anche questo no?, si pettina i peli del pube perché a lui piacciono con la permanente.
È seria ‘sta cosa perché se no mica gli si rizza.
Perché siccome gli tocca di fare il salto della cavallina, quando atterra vuole atterrare sul morbido e su un morbido che lo stuzzica e così, sapendolo già da prima, si eccita. Gianni è fatto così.
Quando l’Orfelia si depila lì, o, ancora peggio, si rasa semplicemente, vuol dire che è incazzata. E a lui non gli andrebbe su neanche con un pompino fatto dalla Gigliola, sua amante, che se le cerca tutte con nomi così, insomma.
La Gigliola era una ex escort.
Escortava in strada.
Ma comunque adesso fa l’amante a gratis e il Gianni le piace perché la fa ridere.
Gliela dà per gratitudine. In un certo senso adesso è lei che paga il biglietto, tipo.
È persino lei, l’amante, che gli paga il ristorante perché non ha un centesimo.
È disoccupato e non fa neanche lavori in nero perché non ha voglia di fare un cazzo.
Siccome però ha fatto due bambini con l’Orfelia è a lei che le tocca di mantenerlo.
Comunque tornando a bomba per stasera a Gianni gli va bene un casino.
Permanente a bomba che promette uno di quegli atterraggi su cuscino d’aria e solletichino alla base del pene.
Lo lascio lì così Gianni, mi piace pensare che passerà bene l’ultima scopata prima di essere sbattuto fuori di casa perché durante l’amplesso gli scappa il nome sbagliato.

Succo di pomodoro e basilico

Ora Giustino si ritrova a correre con una sedia in mano per salvare almeno qualcosa dall’incendio del suo ristorante. Sta cercando di portare fuori anche il frigorifero e la carne buttata lì sul marciapiede tanto poi si laverà e intanto le fiamme mangiano metro dopo metro e il fumo distrugge anni di lavoro e di risotto. Ma ora non c’è tempo. Non può pensare a ricominciare e non si ricorda se ha pagato l’ultima rata dell’assicurazione. Ora sta portando fuori un cameriere quasi in coma dalla tosse e una cliente bionda con i capelli in fuoco e la pelliccia piena di pomodoro. Mentre la sua camicia bianca sembra un colabrodo cerca di asciugarsi anche le lacrime che sgorgano da un disastro annunciato. Quella bombola di gas andava, andava cambiata. Ma forse non era stata la bombola. Da quando si era rifiutato di pagare la tangente alla mafia era stato avvertito. Ora che guardava da fuori vedeva che stranamente il fuoco si era spento prima di distruggere tutto e forse, forse permettergli di ricominciare, pagando, ma di ricominciare. Ma no, non avrebbe ricominciato per dare tutto a dei cani.
Un mese dopo puntuali come la morte arrivarono.
“Ciao Giustino, mi spiace per l’incendio”
“Dimmi che vuoi e lasciami in pace”
“Lo sai cosa voglio”
“Lo sai cosa avrai, no?”
“Giustino, ascolta, hai una famiglia”
“Appunto che mantengo a malapena, se pago voi chiudo”
“Non puoi non pagare, tutti pagano”
“Allora va’ da tutti”
“Giustino, io sono tuo amico”
“Allora ascolta. Tu non sei mai stato mio amico, lo sei ora perché devi fare l’esattore. Se no tanti saluti. Comunque ora guarda qui”
“E’ una pistola, scherzi?”
“Guarda te lo spiego subito”
Gli sparò a una spalla, così, senza tante storie, ma senza ammazzarlo, non si ammazza per così poco. Forse l’avrebbero ucciso. Forse no. Anzi si’.
“Sei pazzo Giustino, ti ammazzeranno”
“Lo so, lo so. Ma se non sgommi in tre secondi morirai prima tu”
“Pazzo, pazzo”
“Ciao Amerigo. Ciao, saluta a casa da parte mia, mi raccomando”
Se ne andò. E lui prese il treno e se ne andò in campagna. Quant’era fresca l’aria e caldi i raggi di sole. Che strano. Queste cose le vedeva da giovane. Era da almeno vent’anni che non ci faceva più caso. Ma se non fai caso a queste cose come puoi dire che vivi. No, non è vita. E non è niente. E per chi e cosa era morto? Sua moglie non vedeva l’ora di divorziare e avrebbe passato la vita a passarle alimenti. Allora sia che c’è? Perché un’esistenza da schiavo invece che una vita. Una sola. Quel poco che resta. A fare il cuoco da qualche parte. Che in fondo il ristorante l’aveva aperto perché era un bravo cuoco. Aveva voluto fare il manager, ma sai che rogne, poi? Se ne andava a fare il cuoco italiano da qualche parte, in Russia, poi in Giappone, perché no?
Non scese dal treno, non andò a casa a prendere i suoi affari, troppo pericoloso e troppe cose da spiegare. Una telefonata al figlio ogni tanto, ma era già grande, poteva prendere l’aereo per andare a trovarlo.
E allora via. Verso la libertà. Da quanti decenni. Da quant’eternità. Anzi, perché darsi la pena di scendere dal treno, poi? Tanto il vagone ristorante c’era da qualche parte e anche qualche cuccetta. E allora ciao. Ciao amore. Ciao terra. Ciao mafia. Ciao a tutti. Di cuore. Giustino.

Marmellata di prugne

In una cannonata Iago perse una gamba. Svolazzò via che sembrava un palloncino per i bambini e lui, prima di sentire il dolore, stette a guardarla volare ricordandosi quando da bambino faceva volare gli aquiloni. La sua gamba. Che roteava. Poi sentì il dolore.
Un bruciore da far fondere il cervello come marmellata e quell’imbecille (di cervello) non staccava la spina. Non lo faceva svenire, no. Fino in fondo gliela faceva godere. Quando passò la croce rossa delirava, ma i combattimenti continuavano e lui non sentiva più suoni, sentiva freddo. Si stava svuotando come una damigiana di vino rosso. Con le vene che sembravano autostrade che finiscono nel vuoto. Mentre lo rammendavano alla meno peggio sperava veramente di lasciarci la pelle dato che comunque la vita non sarebbe più stata nemmeno lontanamente decente. Diciamocela chiaro, nella guerra all’Iran c’era voluto andare di suo. Spirito patriottico e riga. E soldi. Ma non solo. Anche spirito patriottico. Volato via in una nuvole di spruzzi. Ora sì che la cosa si faceva interessante. Avrebbe giocato a poker con Dio, il premio, la morte. Ma se Dio non ci fosse stato allora sì che gli avrebbe fatto del male. Gli avrebbe sconquassato paradisi e inferni e quinte e seste dimensioni. Gli avrebbe spappolato la gamba anche a lui, così vede com’è restare senza una. Ma avrebbe vinto. Era sicuro.
Con tutto quel po’ di sangue che gli rimaneva in corpo approfittò di una distrazione dell’infermiere mentre l’ambulanza correva tra le bombe e lo sballottava di qua e di là e gli sparò. Un’ultima cartuccia. E si sparò. Cioè, forse non c’era bisogno di far fuori l’infermiere, pensò due secondi prima. Ma va beh era venuta così. Non c’era tanto da pensarci più.
Ok Dio ho barato, ma non sto certo a fidarmi di te. Poi la pallottola attraversò la scatola cranica, da tempia a tempia. Un attimo, ma una distorsione del tempo gli fece ricordare un cioccolato al limone che aveva mangiato con suo fratello Giangiacomo il giorno del matrimonio (di Giangiacomo). Quel sapore gli esplose in bocca, che se lo sapeva prima, mica ci pensava tanto a spararsi.

La dama delle famelie – parte due

La cosa non va per il verso giusto. Avrebbe voluto una cosa serena e civile, e invece le usciva solo voglia di uccidere. Proviamo a calmarci, pensa, facendo anche una pausa di silenzio.
Lui continua a riempirsi il palato con zucchero imburrato di cacao quasi a digerire in una nuvola di dolcezza qualsiasi cosa gli venga lanciato.
“Non voglio più stare con te” “Perché?” fa bevendosi una birra come se gli avesse raccontato l’ultima notizia del telegiornale. “Perché te l’ho detto e perché …” “Perché…?” “…p-p-puzzi” “Puzzo?” “Sì, sì. Puzzi. Sì puzzi. Come una capra puzzi, non ti si sta vicino quando parli, puzzi di ascelle, di aglio, di birra, di fumo accumulato da anni nei capelli e nei vestiti, la tua pelle puzza e non parliamo del fatto che scoreggi allegramente facendo sesso” “E ti dà fastidio?” “No, non è fastidio, è agghiacciante. La metà delle volte mi tocca di fingerlo l’orgasmo, perché tanto so che non vengo più e mi chiedo se la prossima volta riuscirò ad abituarmi. Non ti sei mai chiesto perché non esco mai con te in compagnia?” “Vuoi stare con me da sola, no?” “No, no, anzi, no. È solo perché nessuna delle mie amiche resiste alla tua presenza. Dopo che sono stata con te devo andare a casa a farmi una doccia e lavarmi anche i capelli prima di poter vedere qualcun altro” “Vedi qualcun altro?” “Cosa c’entra” “C’entra visto che lo tiri fuori tu e che invece di dire di no subito cerchi di prendere tempo” “No, nel senso ‘altri’, ma no, sì, sì, vedo anche qualcun altro, tanto vale che ti dica tutto, tanto avevo già deciso di farla finita e ho cominciato a vedermi con qualcun altro, uscire e basta, s’intende…” “S’intende” “…ma mi piace e mi ha fatto pensare che …” “Che?” “Che esistono altri uomini al di fuori di te, del tuo basket, del tuo mondo delle foto e dei ranocchi e rettili che fanno schifo. Insomma non ti sopporto più. Hai capito?” “Ho capito, non c’è bisogno che alzi la voce”
“Io voglio un uomo che ci sia non che abbia mille cose da fare, che pensi a me, che posso sentire vicino, che ci sia quand’ho bisogno di lui, uno che posso presentare alle mie amiche e con cui uscire in società e che non pensi solo a due o tre cose e basta e solo a se stesso e io a fare solo quello che vuole lui, tra cui il sesso” “Il sesso?” “Sì ne ho abbastanza di farlo tre volte al giorno, è troppo, sembra un lavoro” “Mi sembrava che non ti dispiacesse” “Sì, no, all’inizio era bello, ma così è troppo, voglio qualcuno che abbia il giusto equilibrio nelle cose e che mi ascolti e che sia interessato a quello che faccio io o di cui parlo io” “Sono interessato, quelle poche volte che ne parli. Se non parli, non so cosa farci. Penso che ti faccia piacere ascoltarmi o le cose che faccio e così vado avanti. Se tu non ti mostri non posso certo farlo io per te” “Sì va bene ma…” non so cos’aggiungere “E poi non capisco perché tutte ‘ste cose non me le hai dette prima” “Prima? No, non volevo rompere una bella emozione. Ero innamorata e anche tu. E non volevo rovinare tutto arrabbiandomi per una cosa o per l’altra” “Capisco e lo fai tutto in una volta quand’è troppo tardi. Credi che sia più costruttivo?” “N-n-no, ma oramai” “Appunto oramai. Voglio dire se mi dicevi prima che puzzavo, ok, non sarà piacevole, ma la soluzione non è difficile, mi lavo e punto, problema risolto” “Sì, in effetti” “Invece di farlo montare come la panna” “…” “E se mi dicevi una cosa dopo l’altra anche quelle si risolvevano. Sono un essere umano. Ogni tanto ho bisogno di spiegazioni” “Ma te le ho spiegate” “Ma non in modo da farmele capire. Voglio dire se vedi che non ho capito, puoi rispiegare. Anche urlare è permesso, non ne esco con un trauma infantile. Non è che lanci una parolina lì e uno deve essere telepatico” mi metto a giocherellare con il cucchiaino da caffè “E poi c’è un’altra cosa. In tutto questo mi piacerebbe sapere dove sono io” “Come sarebbe tu? Il problema è proprio che non ci sei altro che tu” “No, qui non ci sei altro che tu, che la tua check list, e le tue esigenze di come dev’essere un uomo. Ti sei chiesta se anche io voglio una donna in un certo modo? Che forse anch’io ho bisogno di una donna che sia lì per me, per darmi una mano. Sembra che ci sei solo tu e le tue esigenze e stai solo mettendo delle crocette se soddisfo o no le tue esigenze” “…” “Forse tu non lo sai. Non è che lo pubblicizzo in giro eh. Ma io chiedo spesso se vado bene per te, se non ti faccio perdere tempo. Se una cosa ti piace o no, e da quello che mi dici adesso no, ma se mi pare che ti piaccia, tipo il sesso, cerco di dartene più possibile, e adesso imparo che era tutta una commedia. Per esempio” “…” “E poi mi chiedo che se questa storia finisce, se avrai un bel ricordo oppure se magari non finisce, se sarò giusto per la tua vita. Non te lo dico tutti i giorni eh. Anzi mai. Ma me lo chiedo, mentre da quello che mi dici tu non te lo poni neanche per sogno”. Silenzio. Un silenzio tanto lungo quanto assordante che devo interrompere con qualche balbettamento “Beh, non ci avevo pensato e adesso che me lo dici…” ma oramai è lanciato e non mi caga neanche “Io per esempio voglio una donna che parli subito, chiaro e relax invece di portare le cose ad un punto di non ritorno. E voglio una donna che si chieda che esigenze ho io e se può fare qualcosa per me. Ovvio che si fa un compromesso. Ma mi pare che tu sia entrata nel mio mondo per vedere se andava bene per te. Hai deciso che no. E adesso mi dici ciao” “Ecco…” “E pretenderesti pure che la responsabilità della cosa sia mia” “No, non pretendo che la responsabilità, cioè…Scusa…” faccio abbassando gli occhi e chiedendomi se potrei suicidarmi infilandomi un cucchiaino nello stomaco “…non pensavo…che…ecco, scusa, sì forse ho sbagliato e non mi sono resa conto…che pensavo, che non ho pensato a…cioè mi sembrava di pensarti e che invece tu no, e …oddio scusa”.
Silenzio. Se il silenzio può uccidere ti prego fallo ora, sì proprio in questo istante e preferisco anche affrontare il diavolo piuttosto gli occhi di questo che mi fissa e che mi fa sentire, beh, non ci sono nemmeno parole, no, neanche quella, per dire quanto mi senta un escremento dell’escremento. “E adesso, come rimaniamo?” “Rimaniamo che paghiamo il conto e ce ne andiamo. Cameriera?” “Sì, fanno 11 euro e cinquanta” “Tenga il resto” “Grazie” “Prego. Comunque la torta era uno schifo”

La dama delle famelie – Parte uno

Gira si gingilla le dita alla disperata ricerca di una pellicina da sgrattare o di un’altra unghia da mangiucchiare. È nervosa come una mosca che non riesce ad uscire dalla finestra e che impazzisce a forza di tirarci delle testate. Deve incontrarsi con Juan. Tira una di quelle arie tra di loro che non sai né come inizia né come finisce e…Beh, è anche in ritardo di venti minuti. Che già di per sé vuol dire che non la caga. No, perché lui, non dico che spacca il secondo, no, ma cinque, massimo dieci minuti e arriva, punto. Venti butta male.
Poi sorvoliamo sul fatto che lei era in anticipo di venti che ha passato a fare giri in tondo per la piazza cercando di arrivare in ritardo di almeno dieci minuti, arrivando poi col fiatone, perché poi s’è pentita e ha avuto paura che l’aspettasse lui incazzandosi.
In realtà teneva sempre d’occhio il bar anche a distanza, ma poi s’è distratta a guardare una borsetta in liquidazione e il tempo di provarsela allo specchio e parlare con la commessa e addio. È uscita ad alta velocità muovendosi come una ginnasta acrobatica per non travolgere nessuno e cercare di non dare nell’occhio (soprattutto quello). “SIGNORA LA BORSETTA!” le ha urlato la commessa davanti a tutti, mentre stava per uscire con quella nuova. Che fai, mica puoi pagarla, se no sembra che hai cercato di ciularla, meglio fare la stressata con un “Scusi, tenga, mi ridia la mia”, che vuoi farci, poi esci a velocità raddoppiata proprio per far vedere che eri proprio di fretta, mica lo facevi apposta. E poi cerchi di non pensarci e riga (ma poi ci pensi, hai voglia se ci pensi. Va beh). Poi s’è quasi slogata una caviglia tra i sanpietrini della Place St Jean.
Comunque ora è qui. Tra le luci di un bar vorrei-lounge-ma-non-posso e davanti alla sua infusione alla menta che fa digerire il niente che ha mangiato fino alle cinque di pomeriggio. Senza zucchero. Fuori piove. E fa freddo. E Juan è in ritardo di ventiquattro minuti. E trenta secondi. Venticinque, in pratica. Sì perché fa differenza tra ventiquattro e venticinque. Perché ventiquattro fa praticamente venti, ancora. Venticinque fa trenta. E trenta fa irrigidire lo stomaco ancora di più. Si guarda in giro sperando di vederlo entrare. Finché un minuto, dico, un minuto prima del fischio finale dell’arbitro sente “Ciao Gira, come stai?” “Ciao Juan, bene e tu?” traduzione, pezzo di merda ti caverei gli occhi “Cos’hai ordinato?” “Una menta” non lo vedi imbecille ci sono ancora le foglie dentro. “Buona idea, ma io ho un po’ fame. Ti va una torta al cioccolato?” “No, grazie ho già mangiato” dico non ti abbufferai mica di cioccolato davanti a me, no? di cioccolato poi. No non lo farai “Peccato, e ti va un gelato, una crêpe, o una meringa?” “No, grazie, veramente, sto bene così” “Che strano, in genere ti abbuffi, va be’ io resto sul cioccolato. Cameriera, una tarte au chocolat”. Mostro. “Di cosa volevi parlare?” “Che non sto più bene con te” “Capisco” “Credo che o la storia diventa un minimo seria o io non ho più voglia di continuare così dopo due anni” “Beh…” “E poi pensi solo a te stesso” “Perché?” “La sua torta Monsieur” “Grazie” “Ecco, per esempio” “Per esempio cosa” “Ti stai mangiando una torta di cioccolato davanti a me che non mangio niente” “Te la volevo offrire ma hai detto di no”. Lui pensa che lei è cretina. Lei pensa che con un imbecille così tocca di partire da cose più plateali anche a costo di esagerarle “E poi voti per Berlusconi” “Mi prendi per il culo?” “No quando parli di lui diventi arrogante e vuoi avere ragione a tutti i costi” “Perché, a te non capita mai di voler avere ragione” “No, mai. Cioè, non come a te” “Ah” fa continuando a inforcarsi un boccone dopo l’altro. Cosa che associata alla fame e al nervosismo fa incoscientemente flippare i diodi neuronali di Gira che vorrebbe tirargliela in faccia

Il vento e il paravento

Bianca danza un danza di disperazione pensando alla sorella morta in un incidente di auto due giorni prima. Danza e si muove nella stanza al suono del flauto magico che suona come una cornamusa una musica ipnotica e lei gira e salta e piange e le lacrime si spargono nella stanza a corpo morto su un cadavere che non potrà più tornare se non nei suoi sogni di bambina. In cui erano piccole e giocavano a chi era più brutta e a chi si truccava meglio. E ridevano come matte a guardare la faccia da strega dell’altra. E litigavano e piangevano per le pene d’amore e ora un pezzo di vita era spezzato.
Bianca sta ballando da sei ore consecutive senza bere né mangiare, ma non può fermarsi. Sente che se si ferma, muore. Finché il corpo si muove è viva e ha energia per il passo successivo.
La paura la fa avanzare e il viso di Elisa che le sfugge e vorrebbe stringere e baciare nella campagna con i lupi che miagolano. “Bella mia è stato un amore grande e fugace, ma non morirai finché vivrò io qui per te. La purezza che scorre in te è quella di un angelo che balla qui con me ora al suono di questa musica che ricomincia sempre, sempre uguale, sempre infinita finché morte non ci separi”.
Se, dopo dodici ore, il marito non l’avesse soccorsa chiamando un’ambulanza allora sì che la morte li avrebbe separati sul serio. Il coma che seguì le permise di comunicare con Elisa e di fare l’amore con lei un’ultima, eterna, volta.
Se Elisa non le avesse dato l’ultimo bacio e non si fosse staccata lei dicendole “Torna da lui, ora, lui ti ama, impara ad amare un uomo ora. Io ti aiuterò, ma devi, devi affrontare la vita. È stato bellissimo, ma tutto finisce e tutto ricomincia, come la danza, come l’amore. Io sarò con te e con voi, ma solo per un po’, poi me ne andrò là dove devo. Addio sorella, amante e sposa, un ultimo bacio, un ultimo addio e poi torna da lui e vivi”, se non se ne fosse andata via scomparendo, lei non si sarebbe mai più risvegliata. Tra le lacrime, ma risvegliata. Ritrovò cosi marito e figli, ma non lei, e si sentiva anche più leggera, e pensò che Elisa aveva ragione e sorrise, tra le lacrime, ma sorrise e abbracciò tutti come se fosse la prima volta.

Occhio di lince

Ismael e Caterina non vanno più molto d’accordo. Ismael è irritabile facilmente, basta che lei gli dica di lasciare in ordine i pantaloni che lui scatta.
Caterina va sempre più spesso in chiesa, oramai tutti i giorni e il fine settimana sembra una missionaria, tra lavorare e organizzare come un’ape. Sette anni sono passati da quando avevano deciso di restare insieme dopo il tradimento di lei, ce l’avevano anche messa tutta, ma alla fine dei conti non era stata una buona idea. Ismael pensava spesso che si fa prima a comprare che ad aggiustare anche perché una cosa aggiustata, in fondo, è sempre mezza rotta.
Caterina è asmatica e spesso resta a casa che sembra che non riesca più a respirare. Proprio ieri ha avuto un attacco d’asma guarda caso proprio il giorno prima della festa della parrocchia in cui lei è ovviamente la responsabile principale. Più lavora in parrocchia e più le vengono gli attacchi d’asma e più prega e più lavora in parrocchia e più le vengono gli attacchi. Lavora di più adesso in pensione che prima.
Divorziare a dopo i cinquanta fa un po’ strano, ma perché no? Ma lei l’ha già capito prima che si andava in quella direzione, ed è per quello che s’è messa nella situazione “madre teresa”. Quando lui chiederà il divorzio, lei potrà smuovere la forza immensa della comunità nella quale anche lui è immerso, sia per il prestigio che ha accumulato, sia per il suo stato di salute che impone. Essendo i figli lontani e con famiglia rimane solo lui a farle da bastone della vecchiaia. Ismael lo capisce ora e capisce anche un’altra cosa: che più il tempo passa e più la gabbia si farà stretta e robusta. E no, non le interessa che lui stia con Elena che non vede l’ora di portarglielo via, l’importante è che resti sposato con lei.
Lui questa storia non la manda giù. Ismael vuole la vita chiara e semplice perché lui è così.
O sta con una o sta con un’altra. E alla luce del sole.
Questi sistemi lo disgustano a pelle. A questo punto non resta che una cosa da fare.
Prende il telefono “Giuseppe?” “Ciao Ismael, come stai? Allora? Ci stai o no?” “Sì, ci sto”.

Ismael ripensa a Caterina. Da quando lui l’ha lasciata e per evitare la trappola della colpa che lei aveva pazientemente tessuto in sette anni, ha anche cambiato casa e città. E lavoro.
Vive con Elena che a trentacinque anni gli ha dato un paio di pargoletti che l’hanno fatto rinascere in una via di mezzo tra padre e nonno.
Ora si sente e dimostra dieci anni in meno e ha anche un’azienda avvitata con Giuseppe e altri soci nel campo della cioccolata. E viaggia spesso per trovare i produttori ai quattro angoli della terra. Una vera seconda vita. Pensa a Caterina, appunto, come si può pensare ad una dermatite che dopo vent’anni è stata finalmente debellata.