La fine della morte

Eros che volteggi nelle molecole di panna astratta cogli la prima mela e togli di torno un dio pedante.
Scrofe volteggiano aeree insieme a zanzare d’oro zecchino e pullula il cielo di aria calda arsa e fumante come la canna di una pistola del vecchio West o quella che mi fumo tutti i giorni. Ebbene il senso è una cosa che ci inventiamo tutti i giorni per capire perché decidiamo di renderci conto del passare del tempo invece che continuare a dormire lasciandolo scorrere che tanto non cambia niente.
Topi e animali e insetti e rane e serpenti, si rendono conto? o non si rendono? o si arrendono? e se ci arrendessimo anche noi? la risposta forse sta nella domanda.
Un beccucchio d iallodola canta loa Marsigliese e mi ricorda che quando ero piccolo il tempo era un grande momento di sonno. Che non sarebbe finito mai.
Nell’infanzia non sperimentiamo la fine perché non ce ne rendiamo conto. Poi iniziamo a morire. La morte di una cena, di una storia d’amore, di una notte di sesso, di un’amicizia, di una persona cara, di un momento di felicità. Altre cose iniziano e con trepidazione, in fondo, ci chiediamo, quando finiranno? Quando arriva, finalmente la anche nostra morte, non è che abbiamo perso poi tanto.
In questa dimensione l’unica cosa che non ha mai veramente fine, è la fine stessa, la fine della storia. E noi in fondo non siamo altro che storie, che iniziano e finiscono. A volte la fine arriva insieme all’inizio stesso, senza un climax. Ma ce lo dimentichiamo. Come i dolori da parto. I ricordi deformano tutte le storie che abbiamo vissuto e ci raccontano solo quello che vogliamo sentirci raccontare. Non ci raccontano mai il dolore. Sempre il climax. Ma si sbagliano anche loro e a volte non cancellano bene.

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