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Cinquanta sfumature di peli pubici

Una ruota capovolta rinfresca la mia testa rotta e danza correndo nella Terra pruriginosa senza arrotare coltelli per tagliare salami in una schiena nuda e sensuale di donna.
Cinquanta sfumature, non si può più dire, come forza italia. Ci rubano le parole e con esse i concetti. E con essi le emozioni. Ma noi balleremo finché non sarà notte. Finché non sparirà il sole. Aspettami e balleremo insieme finché il mondo non berrà il calice dell’Apocalisse.
Dammi la tua schiena. Dammi la tua bocca. Andremo nel mondo del verme verde e giocheremo a dadi con Dio. Sorrido pensando alla teoria della relatività del cioccolato. Per giustificare la nostalgia dei tori e dei cavolfiori. Ma perché? Le domande sono più belle delle risposte. E il delirio altro non è che una grande domanda che rimbomba in una campana che suona a morto per vivere tutto in questo momento. Perché non può essere altrimenti? Perché corro in un’autostrada di sole bruciante sudando e bevendo rospi e falene con la diarrea.
Vado in bagno a vomitare pezzi di anima e canto un canto celtico per giorni pazzi come un bambino che si chiede come invecchierà quando sarà nonno di bambini come lui. Facce che mi girano intorno e ridono come pazzi che ridono come pazzi. Mi amerai ancora ? onestamente non me ne importa molto. Ma non prendertela in fondo dobbiamo ancora fare l’amore. Dammi la tua bocca per farmi uno spinello di farina di frumento biologico.

Tabulé di rose 5 – Il plagio

Un plagio di un pertugio incosciente. Questa è stata l’iniziazione all’amore ai tempi dell’adolescenza di una quindicenne zebrata. Ziggy come si faceva chiamare mio fratello si appropriava del mio sesso e della mia identità ricordandomi che darmi a lui era mio dovere di buona cristiana.
Tutto cominciò con una cosa che facevo con la mia grassa cugina adottiva Tatiana, di origini albanesi. Ce ne andavamo nella sua casa nella campagna di Reggio Calabro in un vecchio casolare della sua famiglia, tra l’odore di rosa muschiata e di rabarbaro. Ci mettevamo davanti allo specchio. Nude. Ci depilavamo da cima a fondo. Anche lì. Soprattutto lì. Ci facevamo il bagno nel torrente che faceva andare un mulino attaccato alla casa e tornavamo correndo sotto il sole. Poi ci mettevamo a letto e ci masturbavamo davanti allo specchio. Ma meglio dire che ci scoprivamo. Io volevo sapere quello che sentiva lei e lei quello che sentivo io. E imparavamo l’una dall’altra. Baciandoci e toccandoci i nostri seni sodi che la pelle faticava a contenere senza esplodere. Femmina con femmina. Labbra con labbra. Dolci baci e calde carezze mentre i grilli cantavano così forte che ogni tanto pensavo che volessero attirare l’attenzione delle nostre famiglie.
Tatiana non piaceva a mio fratello. A lui interessavo io.
Un giorno mi seguì e poi mi seguì di nuovo con il necessario per riprendere tutto.
Poi entro’ nella mia camera, una sera in cui m’ero addormentata mezza nuda. Era un caldo che non si respirava
“Irina svegliati – mi disse – ho una cosa da dirti” inizio’ sottovoce e poi “Lo sai che ti amo tanto” “Sì, anche io ti amo” “Ti amo e vorrei averti” “Sai che non è possibile” “Lo sarebbe se tu lo volessi” “Ma io non voglio” “Ma sei cristiana e non devi essere egoista” “Non c’entra niente lo sai” “E allora non mi lasci altra scelta” e mi mostrò le foto e i video “Se non fai tutto quello che ti dico, tutta questa roba finirà in rete” “Ma sei pazzo. Distruggerai tutta la famiglia. Papà ti ammazzerà” “No, ammazzerà solo te, lo sai, anche perché non sarò certo io a dirgli chi ha fatto le foto” “Non puoi farlo, non lo farai” “Beh allora guarda qui” e mi mostro’ un sito che aveva fatto lui e che era già in rete e nel quale c’era già la metà delle foto ma che per ora era criptato “Ora se vuoi tolgo il criptaggio e lo rendo visibile a tutti.
Poi si tratta di caricare tutto su youtube eccetera e mandare qualche mail a qualcuno qui in giro”.
I grilli cantavano ancora ma meno forte di quando io e Tatiana facevamo l’amore e sentivo piuttosto l’odore dello spezzatino di carne di mia madre.
Ero in silenzio e seduta sul letto.
Lui in piedi davanti a me e lo guardavo negli occhi “Ti prego, lascia perdere. Certe cose è meglio che restino una fantasia” “Perché?” “Perché sì, perché lo dicono i genitori e i preti” “Sì proprio loro. E comunque non m’interessa voglio te e ti avrò “Lasciami un po’ di tempo”.
Per tutta risposta mi fisso’ e si tiro’ giù la lampo dei pantaloni e mi sbatté in faccia il suo coso, tra l’altro di discrete dimensioni.
Io lo guardai. Aveva diciotto anni, io quindici. Era alto e biondo che sembrava un angelo. E quello era per me. Un angelo protettore.
Mi aveva sempre protetto. Dove non c’era mio padre, c’era lui.
Mi ero sempre confidata. Dove non c’era mia madre, c’era lui.
Deglutii.
Lui aveva sempre deciso per me. Fare quello che voleva lui era un’abitudine e un piacere. A volte pensavo che se fossimo sposati non ci sarebbe bisogno di cercarsi un uomo e che insieme saremmo stati felici per sempre. Forse lo pensava anche lui. Forse anche questa volta aveva ragione lui.
“Che Dio mi perdoni” pensai stringendo le gambe e le palpebre.
Socchiusi le labbra e feci un grosso sospiro dalla bocca.
Sarà che avevo già in bocca il sapore dello spezzatino di carne. Sarà che volevo proteggere la mia amica Tatiana. O sarà quel che sarà. Io iniziai a succhiare e lui a godere accarezzando la nuca. Accompagnando i movimenti della mia testa e bloccandola al momento dell’orgasmo.
Mentre lo facevo sentivo scendere in gola il calore del piacere e della vergogna.
Mentre lo facevo lui mi accarezzava la testa e mi diceva parole dolci tipo “Sarai sempre la mia cagnolina” che col tempo sarebbe diventato “Cagna”.
Lui si era tirato su la lampo, mi aveva dato un bacio sulle labbra e se n’era andato senza dire una parola. Lasciandomi sola col senso del peccato.
Alla fine ero stesa sul letto eccitata e sporca.
Sporca perché eccitata.
Eccitata perché sporca.
Pregavo la Madonna quasi ad appropriarmi della sua purezza. Per il momento la verginità, l’avevamo ancora in comune, ma avevo la sensazione che la cosa sarebbe durata poco.
E avevo ragione.
Durante la notte sognai e risognai quella fellazione incestuosa e sentii mio Ziggy dentro di me come un feto e sognai di essere incinta e di dargli una figlia con la coda di dinosauro che si trasformava in un monaco cistercense che organizzava orge con animali con tonaca romana su bighe romane. E arcobaleni di melassa che si scioglievano al coro di tamburi africani su cui ballavano adolescenti zebrate con un collare e un guinzaglio.
Sentivo di annegare in una pozza di sangue e sperma e sudavo. Aprii gli occhi, credo e vidi un diavolo, credo, masturbarsi sopra di me, ma continuai a dormire.
Il giorno dopo avevo i capelli incollati a ciocche.

Croc’n’go

Un coniglio pesca dalla subasside della cripta peschereccia e pesca un tonno liquido. Si erge esterrefatto dall’alto delle sue zampe alte circa un metronotte e fissa una sostanza gelatinosa che continua ad urlargli “SONO UN TONNO” “VA BENE SEI UN TONNO, MA ALLORA USERO’ UN APRISCATOLE LIQUIDO”. Non è facile, infatti, giocare con le flatulenze veneree.
Lo getta quindi in mezzo alle mosche affumicate da trasformare in chips alla paprika e cipolla per bambini allergici alla patata. Era un business che aveva aperto tre anni prima quando si era sognato di essere un disco volante e si era messo di traverso a un ponte sospeso che era entrato in risonanza ed esplose.
Miliardi di dollari in frantumi, si disse mentre assaporava gli umori di una vagina in calore e il grasso di una fetta di mortadella. Poi si svegliò dal sogno con in bocca il sapore di mortadella e l’uccello che stava per esplodere come il ponte. Fu lì che si disse “Il mondo si divide in due, i conigli e i pazzi e visto che coniglio non sono…”.
Cosi fu, e iniziò a delirare che anche i matti lo presero per pazzo, ma è così che si ha successo e così fu perché fu votato dal 51% degli aventi diritto e diventò eurodeputato. Da lì tutti cercarono di diventare conigli e delirare sempre di più.
Finché non s’innamorò di Vaccaboia. Vaccaboia non era una santa come le altre, no.
Lei ne aveva due. Di vagine.
Una al solito posto, l’altra sotto l’ascella.
Non riusciva più a lavorare dato che non faceva che pensare a lei e scopare e quando cominciò a fare sesso durante i comizi elettorali lo cacciarono a pedate e si diede alla pesca di salmoni. Da lì alle chips per bambini il salto è stato breve, dato che quasi non c’è differenza.
Gli è bastato saltare dal muretto della scuola di suo figlio e atterrare in un formicaio per associare le mosche alle chips e via.
All’inizio aveva pensato di ricavarne una crema spalmabile da far concorrenza alla Nutella, ma poi pensò che, dato che le mosche affumicate erano leggermente croccanti meglio le “Pisichips”.
Sì perché lui si chiama Piside.

Bing bang bang!

Esplodo

e nasco con un rutto.

Un rantolio gorgogliante che determina la mia prima esistenza in questa dimensione.

E piango le prime e ultime lacrime.

E mi assento temporaneamente dalla vita.

E dalla morte.

Vago in un interstizio dimenticato dove passa una metropolitana rassegnata al fatto di non morire.

M’immergo in una bolla d’elio respirando a pieni polmoni, atrofizzati, mentre il pianto di un bambino lontano perseguita il silenzio dei miei cordoni ombelicali.

Vago nella città di un Dio minorato mentalmente che si serve delle sue serve per dormire sonni erotici praticando archi magici per esplorare il suo inconscio.

Fuggo davanti alle ancelle divine per rincorrere lo spirito santo sottoforma di patatine fritte.

Rido e m’ingrasso al pensiero di un rampollo di dio che salta e formalizza la sua libido in formati ergonomici tridimensionali.

Mi preparo un pesto alla parmigiana facendo fondere echi di trombe di eustachio.

Mi scende una lacrima e mi preparo a morire ballando il can can insieme alle majorette di Odino che si sta pulendo le ascelle col filo interdentale per assumere la forma di un orango tigrato con lo smoking ora che conosce i balli celtici.

Scende la notte e dorme il fato e io mi distendo serenamente per sempre con in bocca sapore di cioccolato fondente.

Il volo del polpettone

Volando acidamente reciso dalla polpa di pollo nostrano mi ergo sulla punta del faro mirando a occidente e vedo una lucciola. Bianca, candida e succosa. Mi gratto l’interno del cervello e penso a come possederla apertamente in natura felix.

Il bronzo di Riace  colora i miei capelli e guardandomi allo specchio mi sento a dir poco ossigenato.

Rido con un sapore di ragù e con la bava gialla alla bocca, un po’ di pus caldo caldo. E allora volo dietro di lei e la inseguo e lei luccica e cortesemente la inghiotto facendo attenzione a non masticarla in modo che possa restare per sempre dentro di me, una coppia felice, per dire.

Aspiro l’odore caldo del soffritto e sguazzo felice nell’olio combustibile.

Ho fame e vado a mangiare.

…da fine del mondo, proprio.

Sudicio calore di pelle di gatta gravida. Miagoli e cigoli e lavi la scia di ruggine lasciata sull’acqua di oro colato. Matissa si alza e vola nei sogni di musica lirica ridente e fuggitiva. Soave poesia del creatore d’amore, rossa e verde ti stagli controluce e mostri il corpo di una pelle brillante di luce propria. Il seno sazio di polline mi nutre le mani e gli occhi, scivola sulla mia pelle come fragole succulente, meraviglie della natura. Ti ospito nella mia bocca e ti succhio la linfa vitale mentre il tuo corpo si mescola al mio. Innocente come il latte si insinua lentamente nella pazzia dei miei sensi infuocati che bruciano e sudano e mescolano i sensi alle tue rosse chiome in cui mi perdo misteriosamente. Come un cavallo impazzito cavalco nel tuo bosco e ti bacio. E ti lascio il sapore di un corpo in battaglia che colpisce e combatte d’amore. Il mio sangue scorre nel tuo e batte gli ultimi rintocchi, gli ultimi prima di un urlo di piacere, un urlo di oro zecchino, un urlo da fine del mondo.