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sul capodanno cinese

Oh, viola pazzesca se tu mi uccidessi ora non soffrirei da tanto che è la sofferenza dell’umana gente sul gabinetto del mondo. In quell’attimo di sforzo canta e balla la flora intestinale. Mangia coniglio, il reddito di cittadinanza, mangia la carota di Belzebù. E dona la tua carità il giorno di Natale sperando che il prossimo anno sarà migliore senza fare un cazzo in più.

Tredici uomini e una gondoliera

Sulla cassa del morto

Un epitaffio di primavera
Con le campane a morto
È una cosa bio, non ha le tette a pera
Perché cade da una foresta, non nasce nel tuo orto
Ma scende dalle stelle, come tutte le panzane della nuova era
Enrico ci crede come tutti i fedeli dell’anno cinese del coniglio da asporto
E Beatrice s’illumina a giorno pensando all’autocombustione di una bufera
Di neve solare che buca la tuta d’astronauta e ci mette dentro un piede di porco
Per fare la festa di un Capodanno a un tacchino e a una capinera

È scoppiato il Capodanno

Ora è finito. È tutto finito. Ora ci prepariamo a pagare i debiti. Da domani daremo il sangue. Lo venderemo per le strade insieme al nostro corpo. L’anima la daremo gratis e purgheremo le nostre colpe nelle vene di coloro che ci indicano la strada maestra.
Abbiamo fatto i botti. Abbiamo spaventato gli spiriti maligni. Abbiamo scacciato i demoni. Ora torniamo al computer. Ora che ci siamo divertiti torniamo alla flebo quotidiana. Ora torniamo a casa. Ora abbracciamo i nostri cari e partiamo per un altro viaggio sperando che sia migliore del precedente e torniamo in ufficio e diciamo a tutti Buon Anno e Come sono andate le feste e poi non penseremo, non avremo neanche il tempo di pensare a quelli che non possono piegare la schiena e hanno perso il lavoro e piegheremo la schiena e lavoreremo e daremo il sangue perché siamo fortunati rispetto a quelli che il sangue non lo possono più dare.
Buon anno a tutti. Buon anno agli assassini della lotta di classe. Buon anno America. E grazie.
Ora siamo nell’anno nuovo. Di nuovo negli Hunger Games. Solo qualcuno sopravvivrà. E non avrà più da preoccuparsi e sarà il testimone della prossima festa e verrà sbandierato in faccia a quelli che sanno solo amarsi e riprodursi.
E fornire altra carne prelibata
Per i palati più sopraffini.

Polpette trans

Un emiro vermifugo mi solletica i funghi dei piedi prima che diventino buoni da mangiare trifolati. Metto un punto sotto l’ascella per limitare le antenne del grattacielo di bava alla bocca mentre una chitarra elettrica tira le corde dei miei timpani tra una transenna di gomma da masticare e una botte di vin santo.

Erica si mangia la foglia di petalo d’autunno. Un autunno omosessuale. In cui le spire del serpente dell’albero della vita muggiscono allegramente tra le risate di bambine che fanno il bagno al fiume.

Ora è capodanno, ora si festeggia. Si festeggia un anno migliore del passato. Più è grande la disperazione più aumenta la voglia di festeggiare. Farina, feste e frusta. Una polpetta di carne transessuale si agita alla festa dell’equinozio del solstizio della paura della fame. E promette sfracelli. Mentre la carne si agita e festeggia viene fritta all’aria aperta e mangiata dalle fauci del Dio del bene che si ciba di sangue liquido al posto della coca cola.

Il dio di un veliero uniforme ci parla e ci dice. Ci parla e si sfoga che non lo hanno mai lasciato governare. Un dio sincero. Che vuole il nostro bene. Che non vuole tasse né spese. Che vuole festeggiare con noi e con i nostri figli. E la chitarra elettrica si scioglie nelle mie orecchie lasciando una elettricità statica nell’equinozio del solstizio. E brucia la carne trans. E inaugura l’anno, l’ultimo, della paura.

Ma ve’.

Cipolle soffritte mi prudono il naso. E il concerto di capodanno si strugge il pollice per scaccolarsi la salsa maionese a cascata libera. Un fazzoletto di Saronno, ordino al bar. Mi serve un cocktail di peli di bue e sangue di coccodrillo. Niente male, ma manca un quid. Capisce e mi aggiunge un pizzico di sale. Io gli tiro un pugno in un occhio e una forchetta nel naso. Oggi ce l’ho col naso. Anzi, ce l’avevo dato che con un diretto lui me lo riduce a una patatina fritta. Gli rispiego in un orecchio che decido io se mettere il sale o no, logico che poi dopo gli sanguini. Finché la polizia ci guida dolcemente alla centrale per festeggiare i nostri compleanni con un soggiorno gratuito al loro hotel. Be’, la sauna c’è, allora perché no. Anche il cibo è meglio di quello che serve quel pirla al suo bar. A quel punto ho preso una pistola di un agente e gli ho sparato. Nel naso. Erano così contenti che mi ospiteranno per anni ancora. Non hanno ancora deciso quando ci separeremo ma spero che sia tra mooolto tempo.