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La frutta strabica di un topo guercio

Mangio un Che Guevara tra specchi deformanti che mi riportano un sapore di tigri lesbiche con un retrogusto fruttato. Una colazione saccente che sa di formaggio. Pecorino. Mi ricordo di quando ero un babbuino di primo pelo. Ricordo un sapore di sogno al pomodoro. Una cosa che uccide a zanne affilate. Che fanno le fusa.
Vago in tremori rossi tra gonne grigie e bambini al vapore. Effluvi di significato che arricchiscono le note di un clavicembalo a forma di prugna. Marmellate di sperma si sommano a probabilità quantistiche tra minigonne che sanno di sale al rosmarino saltato.
Cavoli rossi si chiedono perché le trecce intersecano le radici quadrate per capire perché la merda non ha paura di fare schifo. E tra un’emorragia mentale e l’altra, pure io. E respiro violentemente aliti di puttane tristi e gas di tubi di scappamento che scappano ma non muoiono mai. Nemmeno io muoio, ma farcisco la torta della vita con mucillaggini verde topo e brucio candele e cavalli tra pistoni di febbre da fieno per una canzone goliardica in una festa di villaggio.
Per questo ti propongo di vomitare, adesso.

Piattaforme maleodoranti

Cambio marcia in un’ironia elettromagnetica. Il sangue dei vinti scorre a piene mani e io mi faccio la manicure recitando una preghiera. Ave Giove che hai mandato Odino in barba a Zeus e insieme si sono leccati la figa. E noi abbiamo combattuto la battaglia dello shopping Natalizio per le vie maestre che ci hai mostrato tramite l’illuminazione dei lampioni. Ave cugino che passi per la mia casa e scorreggi a più non posso dopo una cipollata di fagioli. E ave a te Vergine della danza che monti i cavalli all’aria aperta di via Monte Napoleone. Negozi sfarzosi ammiccano alle fotomodelle e le abbracciano in una morsa letale. Succhiano il sangue e restano ad aspettare la prossima vittima. Ragni della moda sempre vigili e pronti ad una partitina a poker.

Mentre leggiamo scivoliamo su carote che ridono a crepapelle su mozzarelle in carrozza che cavalcano capresi imbufalite. Crediamo di rovistare tra falene che nuotano e pantegane che volano in mezzo alle nostre pupille fatte di spazzatura antiatomica. E troviamo solo zanzare impaurite che si erano nascoste tra il tartaro e le gengive di Gengis Khan.

Il punto è: Moana Pozzi fa parte degli archetipi junghiani?

Tutto si risolve in una melassa di cioccolato. Truccunidda si scioglie in uno scherzo allegretto andante ma mica troppo e svuota lo stomaco di lattine di coca cola accumulatesi nel corso dei suoi trecentotrentatré anni di pettegolezzi e maldicenze. Mi sdraio su una lattuga di marionette e mi dissolvo nell’etere radiotelevisivo. Appaio in spettacoli di cabaret e documentari sui cinghiali poliformi.

E applaudo il pubblico. Che scappa dalle sue pene.

 

Se questo è amore

Se questo è amore i miei pazzi pezzi di pizza esplodono al calore del contatto carnale di una frigida serie televisiva in cui le parole friggono in una mistura di burro e cipolla bagnate in salsa di soia. Carne salata che sai di fango e prosciutto mi stuzzichi l’appetito e mi fai salire la febbre dell’oro nero. Scivoliamo insieme nella turgida saliva di un continente incontinente. Vulcanicamente mi prostro in attesa delle pietanze sconquassate di nutella ferrero. Esigiamo quindi un nuovo prodotto di lavaggio a secco che disinfetti orde di pterodattili ciechi che sanno di terra bruciata. L’appartenenza al sole li ha fatti impazzire e passano la giornata in orge fatali incantando serpenti e piovre sopra il mosto della vanità.

 

Io chiudo gli occhi e immagino una casa infestata di cuochi che si raccontano barzellette e lanciano polpette di gorgonzola contro mosche epilettiche. Distruggendo così il sogno di Prometeo e Pandora e creando un nuovo mostro di diodi e capinere.

 

Il vallo è così sicuro di diventare spezzatino che rotola insudiciando valli e siepi di mosto selvatico che sanno di prugna sifilitica. Il pazzo si mangia virus a colazione perché è a dieta e deve intossicarsi con qualcosa. Decisamente è l’ora del caffè. E alzandomi da questo sgabello di pensatore in uniforme mi accingo a sturare il tubo di scappamento di una cavalla in calore, dopodiché andro’ a letto e continuero’ a sognare, sperando di non impazzire.