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Un genio peloso, due campari, un pollo sbucciato.

Una mela sbucciata mi appare davanti alla torta nuziale per augurarmi il peccato mortale se mi piego alla stanza del figlio crocifisso nell’unità di una croce uncinata. Melograno e melo gratto per meglio sentire il prurito di un’urna funeraria di peni e patate al forno. Mentre le farfalle ridacchiano al sole.
Ofelia si batte contro un pigiama a fiori senza chiedersi il senso delle carote finché un fulmine a ciel sereno non inchioda il padre alle sue responsabilità elettive. Un sindaco che piange è come un chiodo che caga. Entrambi hanno la puzza sotto il naso. Per cui Ofelia si ritira di buon grado col suo nuovo consorte nell’ascensore di una rolls-royce a fare un sabba di pippistrelli e marmellate marcate Ovidio.
Parloti d’amore Marilù. E ti dico e ti chiedo di darmi un pezzo del tuo stivale per pulirmi le gengive da tanta cioccolata che sfregiò la tua vagina infernale e la tua pedicure così ben attillata. Ti amo e ti proteggo dalle mille sventure di una vita piazzata in telefiga col Cristo che ti ama anche lui dall’alto di una baracca che crolla su effluvi di diluvio universale siccome anche oggi piove. E torna a battere che voglio comprarmi una WII.
Un abbraccio stretto stretto alla scopa mi riporta in una Terra focosa e gioconda dove il Carnevale del cuore equivale ad un pollo scotennato e ridente, ma sdentato.

Pani e capodanni. 31 dicembre

Buon anno fratello, buon anno coglione. Buon anno anche a te e che, mi raccomando, finisca il 31 dicembre. Sì perché se per caso non finisce il 31 è un casino perché il prossimo mica può cominciare. Se una cosa non finisce mai la speranza di qualcosa di meglio non inizia mai.
Buon anno pazzo. Buon anno gallina. Buone feste e buona Pasqua e tanti auguri al sogno di una notte di mezzo inverno. Una fine e un inizio. Ci siamo raggomitolati sotto le coperte, davanti alla tele e con le famiglie. Ci siamo grondati la bocca di pane e salame, panettone e cioccolata, alla faccia di chi non può più. Alla faccia di chi è diventato povero. Rendiamo grazie a Dio.
Buon anno anche a me e alle patatine fritte nel sudore della vita. Un grasso salato che sa di carbone ardente e cioccolato fuso. Buone feste che stanno finendo. Buona Befana che le illusioni porta via. Buon tacchino per la festa del grazie. Buono strutto che spargo sul pane insieme al prosciutto di una chitarra romantica che mi suona una serenata in mezzo ad una strada.
Buon anno barbone che incontro sempre vicino a casa. Perché, dico, perché non la fai finita? Perché aspetti che sia Dio a decidere? Buona speranza anche a te che non ne hai nessuna affinché ricordi a tutti che se non lavori non mangi. E ti auguro che il tuo anno finisca prima del 31 dicembre.
Dio

L’equazione di strutto

Una piccola sibilla mostra il cielo a vituperanti girandole di luce rossa e nera. Il Golgota dei campi di Marzio illumina le fasi della vita di un’edulcorata fase di luna piena e inghiotte pacchi postali enunciando il padre nostro tra effluvi di sesso e umori di pessimismo cosmico. Una lettera perdona. Una lettera condona la fustigazione del figlio dell’uomo e della donna nel paradiso terrestre tra chiodi e sassi magnetici e scarti di produzione galattica. Un accoppiamento col dio della barzelletta porta alla riproduzione della vita tramite la pazzia e la cioccolata fondente. Sangue e cioccolata si fondono in pianeti emersi tra draghi di cartone e discorsi politici in una campagna elettorale di forza italia 3.0.

Un vallo di lacrime si interseca con il cuore a forma perpendicolare per piangere sulla tomba del milite ignoto che ignoto non è e mille ragazzi piangono con lei. Una forma nera prende piede nel mio cervello e viene digerita sotto forma di ape regina. Mi ricordo odore di violette e salive di ramarri che mi baciavano in bocca. E lasciano traccia negli acidi gastrici tra odio e amore.

Armaggedon si lava i denti e si passa il filo interdentale prima di dormire con la propria sposa Morte e insieme a lei partorire anime di soffritto e cipolle argentate che spaziano tra le deliranti grida di giubilo di mosche e insetticidi  sparsi ai quattro venti e trenta e quarantasette gatti che miagolano impauriti nel vicolo cieco davanti a cani lupo affamati.

Punto.

Una banda di bassotti a zoppo galletto

La Bossa Nova si scatena in una corsia altalenante dell’ospedale San Santone dei Testicolamenti Aggiunti da Grattare al presidente durante una parata militare. Segovia mia bella. Segovia nell’antro dei cieli. E pece in terra agli uomini di buona voluttà. Noi ci beiamo. Ci glorifichiamo. Ci rendiamo mille grazie e valorizziamo la cioccolata fondente.

Mille grazie presidente. Anche questo governo salva le apparenze di un cioccolatino bianco da spremere sul seno di una consumatrice di spezie. L’Arabia Saudita veleggia verso l’oceano pacifico strizzando l’occhio alla voce stridula delle sirene di Ulisse. Mentre l’Iran mostra il ditino un giorno sì e due no Zeffira gioca al girotondo con le amichette della scuola e gli alberi ridono serenamente a un cane a stelle e strisce che marca il territorio dal cielo sopra una Berlina.

Ieri giocavo a tressette col morto e gli ho chiesto cosa dicono di noi gli stranieri. M’ha guardato storto e mi ha spezzato un braccio. Buon Natale agli allineati della sponda nord ovest dell’oceano artico. Mi fondo in una nocciolina che sa di big babol alla coca, e la Novartis mi guarda dalla telecamera aspettando un futuro cliente. Normalmente non mi faccio queste domande. Ma oggi va così.

Fuori c’è il sole, invece in ufficio piove e c’immergiamo con le pinne a caccia di struzzi.

 

 

Occhio di lince

Ismael e Caterina non vanno più molto d’accordo. Ismael è irritabile facilmente, basta che lei gli dica di lasciare in ordine i pantaloni che lui scatta.
Caterina va sempre più spesso in chiesa, oramai tutti i giorni e il fine settimana sembra una missionaria, tra lavorare e organizzare come un’ape. Sette anni sono passati da quando avevano deciso di restare insieme dopo il tradimento di lei, ce l’avevano anche messa tutta, ma alla fine dei conti non era stata una buona idea. Ismael pensava spesso che si fa prima a comprare che ad aggiustare anche perché una cosa aggiustata, in fondo, è sempre mezza rotta.
Caterina è asmatica e spesso resta a casa che sembra che non riesca più a respirare. Proprio ieri ha avuto un attacco d’asma guarda caso proprio il giorno prima della festa della parrocchia in cui lei è ovviamente la responsabile principale. Più lavora in parrocchia e più le vengono gli attacchi d’asma e più prega e più lavora in parrocchia e più le vengono gli attacchi. Lavora di più adesso in pensione che prima.
Divorziare a dopo i cinquanta fa un po’ strano, ma perché no? Ma lei l’ha già capito prima che si andava in quella direzione, ed è per quello che s’è messa nella situazione “madre teresa”. Quando lui chiederà il divorzio, lei potrà smuovere la forza immensa della comunità nella quale anche lui è immerso, sia per il prestigio che ha accumulato, sia per il suo stato di salute che impone. Essendo i figli lontani e con famiglia rimane solo lui a farle da bastone della vecchiaia. Ismael lo capisce ora e capisce anche un’altra cosa: che più il tempo passa e più la gabbia si farà stretta e robusta. E no, non le interessa che lui stia con Elena che non vede l’ora di portarglielo via, l’importante è che resti sposato con lei.
Lui questa storia non la manda giù. Ismael vuole la vita chiara e semplice perché lui è così.
O sta con una o sta con un’altra. E alla luce del sole.
Questi sistemi lo disgustano a pelle. A questo punto non resta che una cosa da fare.
Prende il telefono “Giuseppe?” “Ciao Ismael, come stai? Allora? Ci stai o no?” “Sì, ci sto”.

Ismael ripensa a Caterina. Da quando lui l’ha lasciata e per evitare la trappola della colpa che lei aveva pazientemente tessuto in sette anni, ha anche cambiato casa e città. E lavoro.
Vive con Elena che a trentacinque anni gli ha dato un paio di pargoletti che l’hanno fatto rinascere in una via di mezzo tra padre e nonno.
Ora si sente e dimostra dieci anni in meno e ha anche un’azienda avvitata con Giuseppe e altri soci nel campo della cioccolata. E viaggia spesso per trovare i produttori ai quattro angoli della terra. Una vera seconda vita. Pensa a Caterina, appunto, come si può pensare ad una dermatite che dopo vent’anni è stata finalmente debellata.

Il grido di un’aquila

L’abbraccio d’un’anaconda è flessibile in termini di baci e di limoni. Io metto in subbuglio una parte del mio cuore per gridare al mattino una favola d’agosto che possa penetrare nel lavello di un capostipite calvo. Esprimo in termini di succo d’arancia una cantilena d’autunno sciorinata da una lavandaia durante una pioggia settembrina. Le parole scorrono come sci in una cascata di ribes e le immagini si fondono. Dissociamoci da vulcani di maccheroni al ragù e proniamo la causa della capinera di ritorno dal senso di una sibilla in calore. Perizomi aritmetici stimolano le mie papille gustative che si prostituiscono con gioia davanti al sesso di una cioccolata fondente.
Mi accarezzo il mulino a vento che si trova all’altezza di un capello che muore dal sonno e piango per la gioia di un giorno di riposo, un lungo riposo, un giorno lungo un’eternità che vale un crisantemo.

Rosso di sperma

Un livido fringuello s’insanguina un arto mentre canta una canzone di Sanremo e vede accadere un sasso sulla testa.
La cascata di mille metri di sangue atterra su una vallata verde e fresca e schizza mille rivoli di petrolio che sa di acido.
Le Erinni scivolano via dalla strada tormentata dell’essere cagna.
Rimembri quel tempo della tua vita? No? Meglio per te, faceva schifo.
Un pompiere si aggiusta la pelle a seguito delle ustioni di terzo grado che s’è procurato schiaffandosi della benzina accesa in faccia mentre faceva un corso di formazione a un gruppo di stambecchi in giacca e cravatta. Niente di grave mister, domani sarà come nuovo, nuova faccia, nuovo culo.
Resistiamo qui nel bunker della pazzia per mangiare scarti d’inferno e risolvere il puzzle di cartapecorita mandatoci dagli insegnanti di pasticceria. Mi candido una cioccolata tra i denti e sputo fuori maccheroni ripieni di piscio di cane. I fiori spargeteli sulla tomba di benito. Il mio cane, appunto.

Come il bacio per il cioccolato

Una vecchia vestita di grigio e di rosso aspetta che l’amo faccia il suo lavoro in uno stagno vicino a casa. Guarda lo stagno e pensa a quando era giovane che credeva che pescare fosse una cosa da vecchi. Aveva proprio ragione. Specie se si è vecchi e affamati e non ci si può permettere di comprare carne al mercato. E si ha tutto il tempo.
Giusto aspettare che finisca anche quello. E allora pensa ai suoi nipoti lontani e ai suoi morti. Marito, sorella, genitori, amiche e amici. A novant’anni li hai seppelliti quasi tutti, pensa, e spera che questo pesce le permetta di seppellirne anche qualcun altro. In fondo alla fine diventa una gara di resistenza. E un desiderio atroce di farla finita.
Sì perché tanto quella che vince in fondo è la solitudine. Charlie non è d’accordo con lei. Per lui la solitudine è meglio di una moglie. Una compagna fedele sempre pronta a farlo stare bene. E che l’aiuta a realizzare sogni che non s’era neanche mai immaginato di avere. Ecco alla fine Charlie è l’ultimo rimasto da seppellire, poi se ne può anche andare. Anche Charlie le dice la stessa cosa.
Quel pesce lo sta pescando proprio per lui.
Lo ricoprirà di cioccolato fondente e lo congelerà, poi lo tirerà fuori in modo che si scongeli la cioccolata ma non ancora il nucleo e quando lui lo assaggerà beh, sicuramente deciderà di baciarla. S
orride pensando al fatto che o sarà così o farà fuori tutt’e due così non ci saranno né vinti né vincitori, ma semplici morti.

Cuor di Nutella

Godi, gioia di mamma, fatale mignotta di pazzi transistor che baciano il cielo. Scendi a eccitare milioni di umani. Gatta pelosa con occhi scintillanti di chi ha dentro miliardi di stelle cadenti. Nuvola di promesse per toccare il cielo con un orgasmo, abbracciaci tutti e baciaci il mosto selvaggio col naso peloso e la vulva incandescente. Vivremo insieme nel villaggio dei nostri cuori in mezzo al deserto di stelle cadute e annegheremo in un’ispida palude di cobra ripieni di ghiaccio polare. Rinasceremo e rideremo a cuore aperto della nostra pazzia con un pugno allo stomaco che diluisce cioccolata piccante in burro di avocado.