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Gaia

Una gaia giornata di ottobre si scioglie nella vagina di una neonata. Bao. Patapum bum bum. È un’eco nella mia testa in una giornata di rosa spina. Pesca pescatore nel brodo primordiale. Pesca sardine cieche e falle soffocare all’aria aperta. Mesci l’Unto del Signore con le cipolle. Una moneta d’onore rotola per terra e tocca l’anima di un ubriaco. E il salto del drago si effettua senza interruzioni del server.
Le monete tintinnano nel mio cervello e ritmano una musica rap che mi dice che il denaro non serve. Sento il vento delle cipolle soffriggere con l’Unto extravergine portare una bolla alla bocca e dire “Sollazzami” in aramaico. Era quella parola che gli disse Ponzio Pilato, ma mai riportata dai Vangeli 2.0. Benvenuto ad Atlantide mi dice il pazzo che ride a crepapelle mentre pende da una corda medievale sulle pendici dell’Etna. Era felice e ora è morto felice. Alcune vite servono da esempio, alcune morti servono per combattere il colera ed è per questo che oggi giochiamo con le biglie di una corazzata Potiomkin.
Il server è ripartito e io mi alzo con la sveglia incorporata e una musica classica che suona il rifugio degli stolti in un cimitero di dormiveglia e le previsioni del tempo pessimo e le notizie di crisi economica e i morti palestinesi e allora mi chiedo se il pazzo non fosse più sano di me.
Una corsa contro la morte per una giornata di desideri inappagati davanti al mio migliore amico che mi guarda freddamente e mi serve un tè freddo alla pesca sciroppata e io mi chiedo “chi è la più bella del reame?”

L’immagine di una lacrima

Il genocidio della poesia s’ingegna sulla misura della primavera per capire la guerra delle api. Si’, davvero arriva alla giustizia della politica Andreotti s’immolo’ sulla Costituzione perché aveva bisogno di una regola per masturbarla fino a ridere a crepapelle. E’ cosi’ che ha amato l’Italia. Ho paura. Ho paura della fine. Forse vivro’, ma la fine arriverà prima della morte. Perché la fine è antecedente. Anche il divo Giulio era antecedente. E cosi’ vinse la fine, morendo dopo. Ma diventando Papa. Divento una custodia dell’arte per essere prigioniero del sesso giocando a calcio in una comunità di maestre che uccidono la poesia guardandosi allo specchio. Una lacrima scende da un nesso che collega il rumore dei bambini e il corpo dei pompieri che fa un pompino alla pompa dell’anima, dall’interno. Pensiamoci. Perché la poesia abbraccia il papa come un handicappato. Ed è cosi’ che io la ricordo, pregando alla fine di una chiesa.
Non è vero che non c’entra. C’entra. Per chi crede tutto c’entra, c’entra ed è cieco, questo è il re. Questo è il re dei non vedenti che non vede perché è lui che non vede. Io mi concentro, ma non capisco. E allora applaudiamo. Perché non siamo ciechi. Ridiamo e vediamo l’immagine di noi stessi riflessi nelle labbra di una lacrima che scende senza fede. Ora è mezzanotte. Testimonio che ho visto uno che osserva un tempo che non c’è in un’isola che non ha alibi per non esistere, ma c’è. Io no. Non ancora. E ci saro’ quando esistero’. Ma prendo decisioni. Collegando i nessi tra i cani e i ciechi.

Uno struzzo di periferia

Una pernacchia di dolore si scuote le meningi misurandosi il girovita. Gradisci un nasello? Fa la pesca di un merluzzo sfegatato in attesa del colpo del medico. E quindi coloro di pastello il quadro del Bernini. Sfoglio un fiore scuoiando un’anatra color pisello e la pazzia invade la mia pelle. Il godimento di una ragazza con la febbre si misura negli occhi dell’estasi che ridono a crepapelle.
Oggi Matullo si scopre una parte dei genitali e li dipinge di blu per assomigliare ai colori di cristo, mentre la felpa di bertolaso sventola su un mazzo di carte. Matullo sconfina nell’arte per sfondare un posto di blocco mentale che guarnisce una madonnina riccamente addobbata in cima a una chiesa.
Ci sfreghiamo insieme una barba appena rasata e abbracciamo babbo natale che esce da una doccia radioattiva. La morte precoce che genera marmitte catalitiche uccide un cretino che lavora nelle diosfere. Pelato e deficiente ma grande e intelligente suona una chitarra in una chiesa di periferia dove lima una fuliggine di merda e oro soffritto.

Happy hour

Una voglia istintiva di succhiare la polvere di una cozza salmastra si fa strada dentro la galleria del vento ed emette un urlo di ghiaccio soporifero. Io mi disgusto di un malleolo gigante che cammina schiacciando la saliva di miliardi di coleotteri che ridono a crepapelle. Quindi dipingo e definisco l’immagine di Dio in quattordici punti cardinali che dirigono la rotta delle caravelle dei Templari verso la nuova Luna che soffia dietro arcobaleni di fuliggine microbica. Punto.
Anche la mia pazienza ha un limite. Un limite di 34 Watt e chiude e cuce e corre e piange e si dispera di vedere tapiri diventare liquidi e bonzi d’oro raccontarsi barzellette intorno a pranzi luculliani seduti sopra poveri culi rivolti all’aria in posizione supina.
Una stella suadente ci canta le sue libellule. Una farfalla ignuda si adagia sul letto nuziale in posizione di partenza. Dodici trippe si strappano le carni per dimagrire e lanciano le proprie frattaglie in una discarica mentre il popolo è affamato e si mangia quel che rimane. Un anello lessato fornisce tutte le proteine necessarie al buon funzionamento di un matrimonio senza che lo si colleghi ad un ristorante di qualità superiore.
La Madonna si prostitui’ per accudire la prole dato che il reddito da falegnameria non fu sufficiente e a Betlemme si organizzarono orge in onore della madre santissima che acclamavano il peccato originale in sostituzione della mela cotta con Eva e Marta e Jezebel.
Un fungo lungo un chilometro si erse dalla torre di Babilonia dove bruciarono con l’acqua pesante. In una mandria di giganti che cagavano oro liquido in un attacco di logorrea galattica.
Il bar sotto casa mi offre una cioccolata e la rifiuto perché mi fa schifo.
Ma pago lo stesso.
Una mancia da re.
Piove.

L’ultima puntata della salsa rock in un capitello sardo

Saltano in una ragnatela i nasi di un pisello e volano sorridendo in una pentola a pressione nel sugo di lenticchie di aperitivi consigliati a freddo. Denudati in una sauna, si accapigliano con le carte da gioco e mazze da baseball.
Una partita si gioca tra le superpotenze termologiche con pesci e morene colorate di iodio sfuso, il calciatore asfittico si carica di kryptonite e sfida l’arcangelo Gabriele Moreno de la Calle, il portiere del rione di Quarridabat nella campagna spagnola.
Un inatteso fulmine carica gli elettrodi del suo cervello per un abbraccio tra i peli di una formica e la sua dentiera profumata di ascella tormentata e languida.
Un occhio imbevuto di salice piangente ritorna alle origini di dinosauri nel pleistocene improvvisando una scena teatrale con i bruciori di stomaco e i gas intestinali a fare da sfondo dell’ottava meraviglia dell’apparato digerente di Dio. Siamo in una città dei balocchi e mangiamo cacao soffritto sfuso da una roccia che lo permea come una fontana di noccioline biologiche.
E logiche. Internamente logiche. Equazioni piovigginano liquorose nelle menti di Mario psicopatico e lo fanno impazzire dalle risate in una colonna sonora di chitarre dello Sri Lanka.
In un linguaggio sforbiciato i greci iniziarono a ballare tutt’in tondo girando a destra e a sinistra scalciando di qua e di là, sempre più veloce, in un turbinio furibondo finche non cascarono tuti per terra morti, secchi, e sorridenti.
Il virus si spargeva letale come un regalo agli infelici che potevano così, morire, sì, ma ridendo a crepapelle. O crepapalle.
M’immergo in un untuoso sangue misto di primavera e pubblicizzo le doglie di una partoriente esangue.
È l’Annunciazione.

Brucano le orchidee nel prato del re

Un rumore di rockoccodrillo tambura i miei timpani di un suono gravitazionale che aumenta di volta in volta gli elettroni in maniera ascendente fino a toccare punte che gridano con voce stridente.
Una zuppa annacquata imperversa nel mio palato. Mille odori scherzano tra loro. E una montagna di panna cotta ride a crepapelle. Afferro una castagna e la passo sinuosamente sulle labbra molli che sanguinano. Sangue di pesce spada. Un sale nero che sa di cacao.
Esplode.
Il pazzo ride.
E semina olio di fegato di sé.
Un rumore di Ferrari semina funghi sul giardino di Carotenuto che si sollazza il sesso nell’attesa di essere colpito da un sasso che sta cadendo dal tetto. Non muore, ma si diverte. “Non capita tutti i giorni” dice. E dopo andrà in manicomio.
Rullano i tamburi, strepita lo streptococco. Invita tutti i bacilli a una festa di casa di Attilio Mengara che si sta devitalizzando un dente molare. “Da lì al cervello” annuncia agli amici “il passo è breve”.
Sentieri di montagna crescono. Fatiscenti mucche bruccano l’erba profumata di gelsomino. E cadono le formiche come onde portate dal vento. Dolci come polvere bianca di cocaina. Si distendono felicemente e condiscono un tiramisù di patate lesse.