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Hare krisna are ar

Cavalli pazzi sciolgono la mia mente in un tesoro brillante come gli occhi di un coccodrillo che ama follemente una trota prima di doverla mangiare. Per dover ballare con scarpe da ballerina l’ultimo tango a Parigi e ricordarsi di quando era piccolo e apriva i regali di Natale davanti alle lucertole e agli squali. Musica maestro. Accogliamo l’ultimo dell’anno in una coscienza becera che illumina l’ultimo libro della giungla senza risate che possano evitargli l’ultimo Cristo.
Coleotteri simpatici impestano la mia mente e le danno la droga che abbisogna, la droga dell’amore ke94uvg. Esco e mi butto dal cancello e mi si apre una strada dorata con qualche schizzo di merda e vedo un toro che mi aspetta per compiere il perrcorso e attraversare la valle mentre Virgilio lo sfida a duello. Entriamo nella Messa eterna dove i dannati stanno cantando in coro la loro stessa condanna.
Eschilo, Eschilo Senofonte che riempi di versi la tragedia del Moro di Venezia e ruggisci avventatamente dentro ai barili di petrolio. La luce colpisce i miei occhi che brillano come quelli di un coccodrillo che ama i trans. Li ama cosi’ follemente che li preferisce alle donne.
Le lacrime che scendono fanno brillare i miei occhi di donna misteriosa e sensuale che un folle fascino animale trascina nei meandri della caccia al maiale. L’essere penetrata dalla verga dorata del mio dio mi lascia contenta di vivere una vita da adolescente mattutina.
hare krisna hare hare
Hare krisna hare hare, hare krisna murti che ci vuoi tutti bene, che ci vuoi tutti felici e noi camminiamo e balliamo e cantiamo cantando hare krisna hare hare, e dagli anni ’70 che ti mandiamo a fare in culo, ma tu sei sempre nella bhocca di qualcuno,, magari anche nell’intestino. Di una canaglia senza rispetto, pacifico e sereno, come una foglia di marjia.
Cani pazzi che ridono. Cani elettrici che si baciano. Cagne rognose che si fanno montare come la panna.

Ovo sodo

Eschilo, Eschilo Senofonte. Una banana asimmetrica ti trafigge il culo da cui ami follemente il tuo tuorlo d’uovo. Ecco. Apriamo una città. Come una pentola asfittica che vola tra le stelle. Stelle, che hanno rotto i coglioni. Vola tra le capre. Ecco. Suona meglio. Capre ruspanti tra trivelle d’amore turchese. L’imbuto ballerino che pianta chiodi tra i miei pensieri. Oggi che finalmente Cristo è morto, ma pensate che casino se fosse ancora vivo.
Oggi, dico, la capinera fa capolino tra panche e capre e si siede a prendere il sole con le piume arricciate dalla permanente di un mandolino a schermo piatto.
Scendo da una scalinata valorosa per prendere il frutto del seno tuo, Marilù.
In una strada distonica ti suono la mia serenata che fa pressappoco cosi’: tracannati, tracannati, muori in una patata disperata che piange lacrime di rosso. Tracannati, tracannati mia dolce Marilova e soffri lentamente le pene del pene troppo grosso. Tracannati, tracannati, voglio sentirti urlare e sgranare i tuoi occhi mentre cominci a sentirlo tra il pancreas e lo stomaco perché lì voglio lasciare il mio seme. Sicuro che non resterai incinta. Eschilo, Eschilo Senofonte che sai di uovo sodo tra zanzare troppo arrabbiate che riproducono i resti delle loro fobie. Così ti amo e così sia tra le luci dell’Alcantara e un Olé pronunciato un secondo prima che il toro t’incornasse. Tra le gambe.

Le palle di Cristo

Le palle di pelo barbuto si scornano con diversi livelli di sperma che muore dal ridere al sentore di una libellula matura e un poco coguara. Prendono quel treno, quello per Yuma che sbuffa sotto baffi grassi e un cappello arrugginito. Vanno a sedersi in una stiva ripiena di urla di pianto per non vedere la propria disperazione, ma come in ogni favola a lieto fine, scoprono che il re e la regina sono due trans in missione segreta per conto Terzi. Terzi è un barista di Cotogno che traffica lattine sporche tra gli Urali e il Vesuvio. Che fa il lavoro di basista di un centro internazionale di mujahidin terrorizzati dall’uso della violenza fisica. Essi lottano per un’unione fisica di gay musulmani e l’adozione dei figli dei talebani.
Sì perché è così che ci facciamo la guerra di pompini artificiali, luci sfavillanti nel cielo da cui sgorga una Madonna bionda in minigonna. E se la Madonna era una prostituta e Maddalena una quasi vergine? Gesù sarebbe stato un simpatico figlio di mignotta, uno che racconta un sacco di barzellette alla gente. Ti capita poi che te le prendono sul serio. E non è più riuscito a far credere che scherzava. Tipo.
Terzi nel frattempo è morto di cancro cranico con complicate complicazioni che in quanto tali sono complicate da spiegare. Poi tanto è morto e basta, quindi inutile capire se è stata colpa di un medico ignorante o no. Questa è la fattura, basta pagare e siamo tutti amici. Sì grazie, mandi la fattura alla moglie che io l’ho solo messo lì per caso, non sul serio. Condoglianze a quel povero cristo e anche a sua mamma.

Mah!

Una follia di gabinetti esposti al sole deride la cervicale che scende dai miei testicoli verso cardigan rivoluzionari che sfilano in manifestazioni di nudisti nudi davanti alle telecamere vogliose di corpi da processare e servire con il piatto della pastasciutta tra quisquilie arricchite da manzo e ragù alla bolognese.
Tutta la famiglia è radunata intorno alla stanza del Papa e resta religiosamente in silenzio e in posizione caprina battendo le mani al ritmo della croce di Cristo. Mentre si masturba psicologicamente i genitali. Una croce matematica si staglia nel cielo e un’aquila osserva la preda con potere cardinale. Una vespa senza pungiglione vaga nella tenebra della peste bubbonica vestita di nero e con una voce stridula avverte uomini e donne, di cosa? Non si sa, ma avverte.
Rotolo nel fango dopo un’esperienza stagnante. Il fontaniere ha aperto una falla nel buco del culo ma non l’ha mai riparata e soffro d’incontinenza. Pago la fattura e mi sturo il lavandino con uno spazzolino che si masturba le orecchie. Mi dolgo col cuore del fango che cola dalle mie gengive infette di pus che sa di rabarbaro omosex e mi sdraio consensualmente durante il gay pride in un carro carnevalesco di suore puritane per adornarmi di anelli spaziali che giocano con i miei genitali colorati.
Esco e prendo un po’ d’aria inquinata per fumare il polmone d’acciaio e riderci sopra finché morte non ci separi.

Azzimo

Mi masturbo in un otre livido d’oro dei vitelli adorabili ebrei che sognano quintetti di archi ricchi di olio d’oliva e pane azzimo. Un relitto corrente accende l’animale con corna violente e corre all’impazzata per urinare in mezzo a campi di lettere farcite di more.
Necessito di vedere campi ciechi e valchirie scatenate davanti a tori in catene per partorire froci e consegnarli al lieto evento di un matrimonio che non s’a da fa’. Albicocche a gradimento e pomodori alla moda schizzano sul palco di tressette annodati col fiore. Gesù si mangia un panino alle melanzane e gode in una discoteca all’aperto in una festa trance. Scendono le stelle in un piatto di ragù. Divinamente stronzate che chiedono “ma io sono te?” e ridono a crepapelle per un’infornata di mandorle al vapore. Chiudo gli occhi e vedo sfilate di donne in nero che passeggiano onniscienti al funerale della mortadella. E un uomo vestito di bianco s’incolla alla parete per celebrare l’omelia funebre e dice “Chissà se i santi muoiono o leggono l’Erbolario di qualità”. Perciò cari fedeli io vi domando è meglio la domanda o il dubbio?
Star Treck non fa distinzioni, tra una parabola di Cristo e una frittella di muschio selvatico e tradisce la mugnaia per un tozzo di pane azzimo mangiato sporco nel mese del ramadan.
Mi dirigo verso il cancello e vomito il Dio sporco di Rachele e Giuda. Una pozza di sangue ribolle su cinte di Ebola e migliaia di genti venute dall’est fanno la fila per un virus dal passato infelice.

Un genio peloso, due campari, un pollo sbucciato.

Una mela sbucciata mi appare davanti alla torta nuziale per augurarmi il peccato mortale se mi piego alla stanza del figlio crocifisso nell’unità di una croce uncinata. Melograno e melo gratto per meglio sentire il prurito di un’urna funeraria di peni e patate al forno. Mentre le farfalle ridacchiano al sole.
Ofelia si batte contro un pigiama a fiori senza chiedersi il senso delle carote finché un fulmine a ciel sereno non inchioda il padre alle sue responsabilità elettive. Un sindaco che piange è come un chiodo che caga. Entrambi hanno la puzza sotto il naso. Per cui Ofelia si ritira di buon grado col suo nuovo consorte nell’ascensore di una rolls-royce a fare un sabba di pippistrelli e marmellate marcate Ovidio.
Parloti d’amore Marilù. E ti dico e ti chiedo di darmi un pezzo del tuo stivale per pulirmi le gengive da tanta cioccolata che sfregiò la tua vagina infernale e la tua pedicure così ben attillata. Ti amo e ti proteggo dalle mille sventure di una vita piazzata in telefiga col Cristo che ti ama anche lui dall’alto di una baracca che crolla su effluvi di diluvio universale siccome anche oggi piove. E torna a battere che voglio comprarmi una WII.
Un abbraccio stretto stretto alla scopa mi riporta in una Terra focosa e gioconda dove il Carnevale del cuore equivale ad un pollo scotennato e ridente, ma sdentato.

Uno struzzo di periferia

Una pernacchia di dolore si scuote le meningi misurandosi il girovita. Gradisci un nasello? Fa la pesca di un merluzzo sfegatato in attesa del colpo del medico. E quindi coloro di pastello il quadro del Bernini. Sfoglio un fiore scuoiando un’anatra color pisello e la pazzia invade la mia pelle. Il godimento di una ragazza con la febbre si misura negli occhi dell’estasi che ridono a crepapelle.
Oggi Matullo si scopre una parte dei genitali e li dipinge di blu per assomigliare ai colori di cristo, mentre la felpa di bertolaso sventola su un mazzo di carte. Matullo sconfina nell’arte per sfondare un posto di blocco mentale che guarnisce una madonnina riccamente addobbata in cima a una chiesa.
Ci sfreghiamo insieme una barba appena rasata e abbracciamo babbo natale che esce da una doccia radioattiva. La morte precoce che genera marmitte catalitiche uccide un cretino che lavora nelle diosfere. Pelato e deficiente ma grande e intelligente suona una chitarra in una chiesa di periferia dove lima una fuliggine di merda e oro soffritto.

Libero

Veglio sul principe azzurro e mi ficco in ammollo severando una pigna colada di traverso al collo di un dattero butterato. In realtà tutto questo per dire che il giorno prima del fine settimana, ti ricorda la schiavitù perché sta per finire e per un paio di giorni sarai umano.
Poi tornerai soldato, robot, ingranaggio e poi altri due giorni di umanità, poi anche un po’ in ferie e poi tieni duro così per qualche decennio.
Se non ti va sei libero di morire di fame e non riprodurti. Oppure di riprodurti e morire di fame. O di riprodurti e far morire tutti di fame. Insomma sei un uomo libero perché puoi scegliere. Ma non solo.
Sei anche libero di diventare sempre più povero per costringere altri a diventare sempre più ricchi.
E questa è la cosa più bella, più generosa, più cristiana.
E di questo bisogna essere contenti. Contenti di dare, col sacrificio di sé, il meglio della vita ad altri. Perdonandoli, come Cristo, perché non sanno quello che fanno. Non sanno quanto è bello dare senza aspettarsi di ricevere altro che un calcio in culo e qualche psicofarmaco che ti permetta di robotizzarti meglio.
Come usavano a Cuba al tempo degli zombie. Schiavi trattati con droghe che annullavano la loro volontà. In fondo la storia si ripete.
Sempre diversa, sempre uguale, perché come dice qualcuno “in fondo è sempre la nostra storia”.
E allora andiamo a casa, ma prima fermiamoci a ubriacarci con uno Spritz e fumare un po’ di nicotina per uccidere quella disciplina robotica e ridiventare un po’ quell’animale ingabbiato. Poi andiamo a casa, ma prima andiamo a puttane per scendere giù nel fondo dell’oceano animale e ritrovare le nostre pinne che ci permettano di nuotare in un’umanità che ci fa quasi più paura della grande macchina ardente. Che ci porterà un giorno a conoscere altre specie aliene. Chissà se a loro piacerà la coca cola? Chissà se anche loro aspettano il fine settimana per diventare un po’ più alieni? Chissà se anche loro hanno le puttane. E i gay. E i terroristi islamici. E la mafia. Ma mettiamo che non abbiano o non gli piaccia la pizza. Come la mettiamo?
Che ci ficchiamo in ammollo un sardo in scatola e civettiamo nei pantaloni col bisturi in mano e ci grattiamo contro una transenna mentre il cibo elettronico squilla nelle nostre tasche per avvisarci che altri zombie ci stanno raggiungendo per diventare esseri umani, ma solo per poco e il meno possibile, altrimenti il lunedì finisce che è da suicidio e allora ci prenderemo un altro prozac.

Il panico sordo di una vite addormentata

Grido nella notte ad un sordo dio infinito. E cucio le membra smembrate di un singolo atto di guerra che si fa prendere dal panico. Sbatte la testa contro il muro e mi chiede piangendo perché il sangue cola dagli occhi ciechi. Mi strappo il cuore per dargli una speranza e glielo ficco in bocca affinché sia in comunione con il grande spirito. E il santo erotismo lo ritempri nell’anima cancellata da un inferno dantesco di gironi a tornado che hanno lentamente tolto pelle dopo pelle, capello dopo capello. Un vuoto oscuro mi chiede la soluzione dell’enigma dell’ultima cena. Ma Cristo c’era o era un sosia. E Maddalena è Giovanni o no? Questo mi chiede la sfinge e dato che non so rispondere mi divora come non ha fatto con Edipo re bambino. E con il bambin gesù che se oggi fosse scaldato solo da un bue e un asino penserebbe di essere in un videogioco.
Come facevano l’amore Giuseppe e Maria? E Dio e Maria? E Gesù e Maddalena? La risposta soffia nel vento, amico mio.
E allora preparo un soffritto di toro con olio essenziale di menta piperita, zucchero e cannella sono amici e si prendono per mano mentre li immergo nello stufato che li assorbe avido di liquido amniotico.
Guardo dal satellite, la sfinge che fa parole crociate e s’interroga ad alta voce e parla con Dio delle sue relazioni erotiche con i leoni e con altri animali tra cui l’homo sapiens sapiens da cui ha appena preso l’aids.
E che quindi, per la seconda volta l’ha fregata. Ride e una risata pneumatica la fa capovolgere e rotolare verso la piramide di merda di iguana. Un sapore metifico si sparge e ingloba e brucia nel sole del deserto e libera miasmi radioattivi che intossicano Dio. Tocca di ricoverarlo d’urgenza in un ospedale egiziano. È ammalato di minimalismo solipsistico. Incurabile dice la Sfinge che però lo seduce e si fa portare a letto.
Il giorno dopo decidono di sposarsi finché morte non li separi.