Archivi tag: labbra

Tredici morti camminan sul tetto

La gravità scinde il mattone e decide di riportare in vita una granata della prima guerra mondiale a occhi chiusi. Ciecamente si spoglia delle sue vittime e si unisce in matrimonio con il mattone piantato su un cimitero. Un mattone conficcato nella testa tra le labbra per non amare fino al cervello per non sentire. Il fallo matrimoniale concepisce urla di passione mentre la folla acclama in festa la verginità perduta ai giochi della felicità. Evochiamo solennemente le giunche che scorrono sull’acqua della voluttà per perderci grassamente tra fili d’erba della foresta amazzonica e mangiare festosi pranzi natalizi tra la pubblicità del samsung tre e dell’i-phone cinque.
Perdiamoci e regrediamo allo stato di giunchi paludosi tra serpenti che sobillano le folle per portare il veleno alle loro bocche e cantare di gioia per il dolore confuso con l’orgasmo.
Armiamoci popolo per una classe dirigente sadomaso che mangia dalla bocca e mangia dal culo. Scoppiano di sangue succhiato dai morti che camminano e urlano la loro rabbia per non poter succhiare di più. Giochi della fame alle olimpiadi del Golgota si sfiorano la mano per assicurarsi la vittoria. La vittoria non lecca il culo.

Tabulé di rose 5 – Il plagio

Un plagio di un pertugio incosciente. Questa è stata l’iniziazione all’amore ai tempi dell’adolescenza di una quindicenne zebrata. Ziggy come si faceva chiamare mio fratello si appropriava del mio sesso e della mia identità ricordandomi che darmi a lui era mio dovere di buona cristiana.
Tutto cominciò con una cosa che facevo con la mia grassa cugina adottiva Tatiana, di origini albanesi. Ce ne andavamo nella sua casa nella campagna di Reggio Calabro in un vecchio casolare della sua famiglia, tra l’odore di rosa muschiata e di rabarbaro. Ci mettevamo davanti allo specchio. Nude. Ci depilavamo da cima a fondo. Anche lì. Soprattutto lì. Ci facevamo il bagno nel torrente che faceva andare un mulino attaccato alla casa e tornavamo correndo sotto il sole. Poi ci mettevamo a letto e ci masturbavamo davanti allo specchio. Ma meglio dire che ci scoprivamo. Io volevo sapere quello che sentiva lei e lei quello che sentivo io. E imparavamo l’una dall’altra. Baciandoci e toccandoci i nostri seni sodi che la pelle faticava a contenere senza esplodere. Femmina con femmina. Labbra con labbra. Dolci baci e calde carezze mentre i grilli cantavano così forte che ogni tanto pensavo che volessero attirare l’attenzione delle nostre famiglie.
Tatiana non piaceva a mio fratello. A lui interessavo io.
Un giorno mi seguì e poi mi seguì di nuovo con il necessario per riprendere tutto.
Poi entro’ nella mia camera, una sera in cui m’ero addormentata mezza nuda. Era un caldo che non si respirava
“Irina svegliati – mi disse – ho una cosa da dirti” inizio’ sottovoce e poi “Lo sai che ti amo tanto” “Sì, anche io ti amo” “Ti amo e vorrei averti” “Sai che non è possibile” “Lo sarebbe se tu lo volessi” “Ma io non voglio” “Ma sei cristiana e non devi essere egoista” “Non c’entra niente lo sai” “E allora non mi lasci altra scelta” e mi mostrò le foto e i video “Se non fai tutto quello che ti dico, tutta questa roba finirà in rete” “Ma sei pazzo. Distruggerai tutta la famiglia. Papà ti ammazzerà” “No, ammazzerà solo te, lo sai, anche perché non sarò certo io a dirgli chi ha fatto le foto” “Non puoi farlo, non lo farai” “Beh allora guarda qui” e mi mostro’ un sito che aveva fatto lui e che era già in rete e nel quale c’era già la metà delle foto ma che per ora era criptato “Ora se vuoi tolgo il criptaggio e lo rendo visibile a tutti.
Poi si tratta di caricare tutto su youtube eccetera e mandare qualche mail a qualcuno qui in giro”.
I grilli cantavano ancora ma meno forte di quando io e Tatiana facevamo l’amore e sentivo piuttosto l’odore dello spezzatino di carne di mia madre.
Ero in silenzio e seduta sul letto.
Lui in piedi davanti a me e lo guardavo negli occhi “Ti prego, lascia perdere. Certe cose è meglio che restino una fantasia” “Perché?” “Perché sì, perché lo dicono i genitori e i preti” “Sì proprio loro. E comunque non m’interessa voglio te e ti avrò “Lasciami un po’ di tempo”.
Per tutta risposta mi fisso’ e si tiro’ giù la lampo dei pantaloni e mi sbatté in faccia il suo coso, tra l’altro di discrete dimensioni.
Io lo guardai. Aveva diciotto anni, io quindici. Era alto e biondo che sembrava un angelo. E quello era per me. Un angelo protettore.
Mi aveva sempre protetto. Dove non c’era mio padre, c’era lui.
Mi ero sempre confidata. Dove non c’era mia madre, c’era lui.
Deglutii.
Lui aveva sempre deciso per me. Fare quello che voleva lui era un’abitudine e un piacere. A volte pensavo che se fossimo sposati non ci sarebbe bisogno di cercarsi un uomo e che insieme saremmo stati felici per sempre. Forse lo pensava anche lui. Forse anche questa volta aveva ragione lui.
“Che Dio mi perdoni” pensai stringendo le gambe e le palpebre.
Socchiusi le labbra e feci un grosso sospiro dalla bocca.
Sarà che avevo già in bocca il sapore dello spezzatino di carne. Sarà che volevo proteggere la mia amica Tatiana. O sarà quel che sarà. Io iniziai a succhiare e lui a godere accarezzando la nuca. Accompagnando i movimenti della mia testa e bloccandola al momento dell’orgasmo.
Mentre lo facevo sentivo scendere in gola il calore del piacere e della vergogna.
Mentre lo facevo lui mi accarezzava la testa e mi diceva parole dolci tipo “Sarai sempre la mia cagnolina” che col tempo sarebbe diventato “Cagna”.
Lui si era tirato su la lampo, mi aveva dato un bacio sulle labbra e se n’era andato senza dire una parola. Lasciandomi sola col senso del peccato.
Alla fine ero stesa sul letto eccitata e sporca.
Sporca perché eccitata.
Eccitata perché sporca.
Pregavo la Madonna quasi ad appropriarmi della sua purezza. Per il momento la verginità, l’avevamo ancora in comune, ma avevo la sensazione che la cosa sarebbe durata poco.
E avevo ragione.
Durante la notte sognai e risognai quella fellazione incestuosa e sentii mio Ziggy dentro di me come un feto e sognai di essere incinta e di dargli una figlia con la coda di dinosauro che si trasformava in un monaco cistercense che organizzava orge con animali con tonaca romana su bighe romane. E arcobaleni di melassa che si scioglievano al coro di tamburi africani su cui ballavano adolescenti zebrate con un collare e un guinzaglio.
Sentivo di annegare in una pozza di sangue e sperma e sudavo. Aprii gli occhi, credo e vidi un diavolo, credo, masturbarsi sopra di me, ma continuai a dormire.
Il giorno dopo avevo i capelli incollati a ciocche.

Leggera leggera

Un orso di nome e di faccia. Uno e sessanta per settantotto chili. Un portamento barcollante da dromedario zoppo. E una faccia da mastino con una pettinatura da frate su capelli nerissimi. Vestiva sempre di nero funereo. Adele si aggirava tra i corridoi aziendali come un tapiro col raffreddore e ti guardava con i suoi occhi a palla da pesce palla comunicandoti il brutto persino con gli occhi. Non era una bella dentro, no. Era brutta anche dentro. Che non sapevi se era più brutta dentro o fuori.

Comunque, se anche non c’era niente di bello o armonico, si poteva dire che l’intelligenza era pure peggio dato che qualsiasi cosa le spiegavi la richiedeva ad almeno altre quattro persone perché non si fidava e poi non l’aveva capita lo stesso. In compenso aveva una voce, ma una voce tipo il gesso nuovo sulla lavagna prima di spezzarlo in due.

Quand’era al telefono urlava, che la gente chiudeva le porte per poter lavorare.

Siccome non capiva un cazzo, a un certo punto, aveva preso a ridere qualsiasi cosa le dicevi. Tipo anche a un “bella giornata oggi” rispondeva già con un risolino come se avessi fatto una battuta sul direttore.

Quando la vidi per la prima volta nell’ufficio di un ottimo collega con cui scherzavo spesso e lavoravo benissimo, capii al volo con un sguardo che roba gli avevano rifilato. Una di quelle cose che ti suicidi anche solo ad avercela davanti tutta la giornata senza sapere quando te la toglieranno dai piedi.

Per due anni se l’è pappata. Stoico. Avrebbe meritato tre promozioni e una medaglia sul campo solo per quello.

Io non ce l’avrei mai fatta senza entrare in analisi o andarmi a confessare tutti i giorni. O bermi l’impossibile o commettere spropositi in ufficio.

È madre di una bambina di nove anni. Qualcuno, chi sa dove, chi sa quando, chissà in quali condizioni, l’ha messa incinta, per poi sparire. Questo è stato uno dei grandi misteri dell’ufficio. Sarà stato il conte Dracula?

Ma è una abituata alla lotta dura e non aveva rinunciato al grande amore anche se, biologicamente parlando, nessuno avrebbe scommesso che l’avrebbe trovato nella sua stessa specie.

Invece, poche settimane fa, la incrocio con uno che mi presenta come il suo compagno.

Aveva due occhi, due braccia e due gambe e mi ha stretto la mano mentre lo osservavo come si osserva un alieno sotto mentite spoglie, e, in fondo, chi mi dice che non lo sia.

In fondo, che ne sappiamo. Il momento clou è stato quando si sono salutati con un bacio sulle labbra, proprio lì, davanti a me.

È un momento che non dimenticherò più.

Penso che un giorno, da vecchio, non sarò più sicuro che sarà successo sul serio e incolperò il fatto che ormai la testa “non c’è più”.

Li ho salutati ipnotizzato e mi sono avviato per la mia strada a bocca aperta e gli occhi per aria, camminando barcollante come un dromedario zoppo.