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Tra gli anelli di una figa acida

Una galassia di trichechi rompe l’onda di una prostituta mestruata. In un girotondo al mandolino secco mi masturbo la gonna svolazzata in un tubo in miniatura mentre il nord Italia è flagellato dalla tarantella. Giro attorno al gatto che miagola in casa mia ma non riesco a tagliargli i baffi e un cordone suona la campana a morto per i topi del vicino mentre un effluvio al cioccolato mi ricorda che la vita finirà presto ma una morte finirà tardi.
Un fiume bussa sempre due volte prima di esondare, ma prima non straripava semplicemente? Comunque una musica gipsy si scalda lentamente per parlare di maionese e mi attizza le braci nella mente per un fuoco ripido e una discesa tra le cascate di merda io esco e matto tra questioni di pipistrelli che succhiano sperma dal collo di vespe che sanno di miele caldo e moscano nel brodo di lucciole per fare sesso a pagamento.
Batto e ribatto tra scorregge di spazzatura e gas di scarico per farmi ascoltare in un muro di silenzio: facebook. Ridiamo tra rivoli di merovingi e scorie radioattive per auscultare un Tribunale di meningiti acute in principio di peritonite. Che Dio ti salvi, ma ti si perda in una giornata di sole tra Tritone e Saturno, dove le stelle diventano stalle e la pelle eiacula schizzi di latte acido che compone la materia oscura finché dio non dirà di nuovo “luce”.

L’anno del carciofo

Mi annego in un pozzo di birra per unire i punti dei satelliti che volteggiano tra i miei capelli e i pidocchi creatori del cielo e della terra, ma soprattutto della forfora grassa. Un volteggio da farfalla e mi incuneo tra il rubinetto e la sala parto di una clinica per cervelli bucati. Verifico i punti che uniscono i satelliti e mi buco una vena per iniettare la droga ogm che viaggerà a velocità sub luce e arricchirà gli atomi di birra per darmi sensazioni spaventose. L’unico rischio è che il corpo esploda. Ma è ok. Il pusher mi ha assicurato che è roba di qualità DOP e viene direttamente da Monsanto.
Mi lecco un orecchio sporco di sangue di bue macellato da mio zio ieri pomeriggio e tutto sommato avevo voglia di un po’ di cioccolato giallo che sa di sudore di gallina. Per quello che il brodo di oggi è così buono. Ho mangiato quintali di tortellini alla crema pasticciera che nuotavano allegramente tra pesci palla e orgasmi di brodo primordiale al sugo di carciofo. Mi sono tagliato la pancia per asciugare al sole il soffritto di burro che fuoriusciva dalle budella color pece e ho goduto del vomito della Carmela che si asciugava le labbra col lenzuolo mestruato.
Sono state feste festose per gli abitanti della Terra di mezzo. E di sopra. Ma non per quelli Di sotto. Loro hanno pasteggiato con ossa di bambino e peli di gatto. Hanno mangiato panettoni di scarto di cuoio e si sono bevuti sangue di Befana dell’anno passato. Si sono rotolati tra dolori e auguri di buon anno sapendo che si tratterà di arrivare vivi al prossimo, ma di lotta di classe non si parla più. Si parla solo di guerra tra poveri.
Il futuro dell’umanità dipende dalla riforma della legge elettorale. È a questo che tengono gli abitanti del calcio in culo. È da questo che dipendono i clienti dei ristoranti romani e i loro dipendenti. Tutto dipende dalla riforma delle circoscrizioni, anche il tuo mutuo. Se si cambierà questa sola legge allora sarà una grande vittoria. La testimonianza che i nostri dinosauri possono presentarsi agli elettori cantando vittoria. E pretendendo altri cinque anni per parlare della prossima ventura. Buon anno a voi, che possiate gemere di miseria al nostro posto. E noi dirvi che abbiamo cambiato la legge elettorale.

Tabulé di rose – 1

Tabulé di rose – 1
Mi sveglio, no, non sono sveglia, ti prego fa che sia un sogno, anzi un incubo. Sento corpi intorno a me. Grossi corpi. Grossi come maiali. Forse sono maiali. Puzzano come maiali. Forse puzzo anch’io come una maiala. Sono corpi nudi. Come il mio. Si strusciano contro la mia pelle. Qualcuno tossisce. Della luce entra dalle mie palpebre ancora chiuse.
Ora sono su una spiaggia deserta. Un cavallo bianco mi viene incontro e mi chiede se voglio una canna. No grazie, cavalla, non la voglio, ne ho fumate abbastanza, non so quando, ma lo so.
Mi guardo in uno specchio d’acqua sporca e intravedo una faccia e qualcuno mi spinge dentro e casco con la faccia nel fango. La cavalla mi lecca la faccia e m’infila una lingua in bocca. Mi abbraccia e l’abbraccio e mi scaldo.
Quando finisco di svegliarmi è troppo tardi e il maiale mi sta montando da cima a fondo mentre anche l’altro si sta agitando.
Io cerco di dire di no e lo dico. Sul serio.
Ma non sembro abbastanza convinta. Smetto di dirlo e di cercare di respingerlo perché non fa altro che moltiplicare la forza ad ogni “no”.
Apro gli occhi e sono in una stanza pietrosa e piena di calcinacci.
Io sono Irina e questi tre con cui mi sto svegliando sono alcuni amici di mio fratello: Giac, Oz e Minghetto che insieme formano la band di taranta più famosa del quartiere.
Mio fratello mi appare da un lato del materasso appoggiato sul pavimento mentre si masturba guardandomi abbuffarmi di carne semovente che a malapena riesco a respirare, anzi, a gemere. Di vergogna, ma di piacere.
Mio fratello scatta foto. Gira video. Tutti mi conoscono come una ragazza seria.
E finché gli obbedisco niente cambierà.

Il diamante della fortuna.

Spargo nei denti dell’atmosfera rarefatta un pianto sibilante come la polvere da sparo che passa per il tuo occhio e ti friggo l’anima senza che te ne accorgi, bambino assurdo. La carica caotica degli acini di zenzero mi toglie il respiro affannoso della cyclette e apre i pori della sauna per i piaceri della nonna.

Soggetto passivo che leggi e pensi. Cosa pensi? Vaghi nel sonno ipnotico di una lettera che porta un suono che porta una luce nella tua mente che porta un’emozione nel tuo cuore sempre assetato, sempre affamato, sempre disperato. Hai paura?

Leggi il mentolo dell’arte, la pillola di fumo eufemistico che porta all’amore lesbico di due poggiacarte sodomiti creati dall’amore di Afrodite. Dea della banana in calore. Hai caldo? Non raffreddarti. Hai voglia? Coltivala. Hai sete di vita? Che scorra nelle tue vene senza farle scoppiare.

Hai stuprato una tartaruga? Succede a tutti prima o poi. Anche di trovarsi con dei mandarini nel culo, andati a male, oltretutto. Senti il rumore di Polifemo mentre mangia la Mirra nel museo dell’Odissea, mangia come una scrofa, e mastica carote, no, non le mastica, le usa come stuzzicadenti.

Sei un soggetto aulico, abulico, no abulimico. Sei quello che mia bisnonna definiva un arco pantotenico della natura, una vitamina al contrario, praticamente. Lo so che non capisci, ma fa lo stesso, se fossi qui per capire non continueresti a leggere. Sei qui per sentire i ritmi del tamburo cosmico dentro di te. Per fare l’amore con l’universo come facciamo tutti. Come con le tartarughe.

Una lacrima scorre sul divano a forma di farfalla lesbica.
E si fa una pera di lana di talpa.

Vacca boia!

Una battaglia nello spazio aereo di una ballata triste con trombetta mi falcia il viso con una frusta di titanio sgonfio. Parole libere che sfrecciano nel cuore di un’anima in pace con l’aria che tira e svolgono la loro funzione di verbo creatore che manda luce e materia nelle vene dei giganti che si moltiplicarono come topi alla faccia dei serpenti.
Paperopoli è una città piena di seghe mentali, ma che al momento giusto mette da parte la filosofia del pollo per caricare la bombetta di Paperone e partire alla ricerca del tesoro. Galli panti si cercano e beccano le parole come chicchi di mais che piovono dalla luce venerea.
A Mikonos leggono le leggende che richiamano la pazzia dei sordomuti cantori di una civiltà che fu. E Ulisse e Odisseo e la maga e la Circe si crogiolano nella loro vasca infernale della commedia di Dante che nel tempo dell’esilio si concesse una vendetta immortale.
Avviciniamoci al fulmine di una patata lessa e ridiamo delle coccodrille imbalsamate dagli egizi con tanta cura che paiono muoversi e danzare per noi un ballo funebre al ritmo del tamburo. Jessie James spara e buca un cappello di traverso all’uomo che si chiama nessuno e Joan Baez canta il canto dell’usignolo con l’ala spezzata. In tempo di crisi l’importante è alzarsi la mattina e rompere un vetro con una testata secca. E una camicia bucata. Fresca di lavaggio. Lavaggio del cervello. Frammenti cerebrali sono rimasti nel rotolo della carta igienica e presuppongono di poter descrivere la Maddalena piangente sotto la croce di Gesù e non si rendono conto di stare morendo e quindi continuano a vivere nella dimensione del verbo. La parola sacra suona come un violino stradivari che piange ad ogni nota circolare. E manda nel mondo falene incazzate per circoncidere il processo di amalgama virulenta del virus dell’aviatore cieco. Mi metto anche io in ammollo sperando che una cantilena assopisca i sensi di carota marcia che solleticano la pancia di coniglio bianco e nero.

Un ganglio insorge nella navetta del piede arricciato

Nel tempo di Natale scende la pioggia dalle nevi del Kilimangiaro e un cecchino nero spara all’orizzonte senza sapere che un risotto gli cadrà sulla testa. Mi piego e mi spezzo sull’altare di un pasticciere gay. Uno sparo nel vuoto di un deserto di pietra. Riecheggia l’eco di una musica punk. Un violino si diverte a nitrire e una preghiera ne semina il cuore in tutta la valle. Ereditiamo una follia con lo sconto sulla quantità e un manipolo d’indiani d’america controlla la valle. Al suono del tamburo riflettono la luce di un libro di 36 zollette di zucchero. Quindi invitiamo il presidente degli italiani in una mangiatoia nel fienile di un casinò. Che fischietta dipingendosi la stanza rococò. Una pungente atmosfera di api scivola via nelle mie vene infettose e gongola obesamente tra le palle di Giuda per una piccola palla di pelo che sa di frutta candita. Un immenso rutto di maiale esala l’ultimo respiro nelle viscere della carrozza del principe Pavone.

Il sessuale abbraccio delle parole

conforto parole

Una stringa di caratteri si avvolge al mio corpo e ne cerca i meandri più genitali. Mente sapendo di mentire e sussurra all’orecchio quello che voglio sentire. Maestra della strada e cibo di un fantasma che si materializza in mezzo a neuroni cerebrali finché morte non ci separi.
Una mente che serpeggia sinuosa intorno all’albero della vita tra i pilastri di Salomone che ascende al cielo in mezzo a strade tortuose di tartarughe lente e sagge.
Dio mente perché solo così può farti arrivare alla verità. Disse luce e luce fu. In principio fu la parola. L’abbraccio mistico di un delirio onnipotente. Un pazzo bambino che giocava con una penna a sfera. Un orgasmo liquido che ha creato il vino e lo spirito. Un abbraccio rettilineo che ci guida verso una luce orgasmica. Una luce che gioca con Dio riformulandolo geneticamente.
E io scrivo una marea di cazzate. Ma divine. No?

Sedano, carote e cipolle per fare un buon ragù

Al lupo, al lupo e tutti i pesci vennero a galla dalla gola del pesce palla. Ma io dico, se fosse solo una poesia cosa staremmo qui a fare. E allora ecco un haiku d’annata: mi rendo nella savana, in un giorno d’estate, ganzi sterchi di bue. Oppure. Ero alla finestra, stelle cadenti, mi gratto le palle.

Poesia. Nettare dei dementi.

Poesia. Faro nell’oscurità di una discoteca. Lampione in un campo da calcio.

Poesia. Senza di te non sapremmo come condire i maccheroni.

Poesia. Musa della civiltà, occhio di noi talpe possenti. Amica delle amanti in calore.

Sogno o son desto, questo è il probbblema. M’illumino d’incenso, mentre la mia cavallina sforna pasticci dal color del tuono. Fu cosi’ che scrissi. Fu cosi’ che morissi. Dato che il cielo mi cadde sulla testa mentre anelavo a qualcosa che non mi ricordo. Buonanotte fiorellino. Buonanotte e sogni d’oro, intenso e birra per seguire la stella moneta fino alla fine dei mondi. Senza ritegno, ma con molto sdegno.