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Un coccige in minigonna sdentata

Una pernice solforosa si allittera i denti di torri di Babele zigzagando con lo spazzolino tra geyser piangenti e patatine fritte croccanti e salate. È per questo che le nuvole che siedono cortesemente in salotto si tolgono i vestiti di giacca e cravatta e sorseggiano gamberetti sott’aceto tra perline colorate e bicchieri di champagne che balla il twist. Di conseguenza il tifone della miseria che spazzola la costa nordeuropea cavalca il bisonte della prateria che ha colonizzato l’Europa e si affaccia alla finestra per guardare come piove.

Un sacco di libellule approfitta della cavalcata delle walkirie per fare l’amore con i nibelunghi che però si scopre che ce l’hanno nibecorto e che sono mezzi impotenti. Di conseguenza pago i pantaloni ed esco dalla finestra per mangiare il formaggio rancido di una cornetta solitaria.

Una masturbazione solitaria si allunga i piedi tra i tombini di una chitarra di periferia e suona una tromba di ventisette armoniche che peccano di solitudine cosmica mentre l’amore raggiunge punte di umana cortesia e gioca a poker con la morte.

Una finestra sottende alle spezie di pizza di una città pazza per seguire valori di una volta e vestirsi di nero pece prima del funerale della Messa cantata solennemente durante la processione della Madonna dei musulmani lesbici. Un grande fuoco si leva e brucia il culo dell’Altissimo.

La malinconia di un castoro con la pellagra

Rivoli di astici piangenti scendono dalla periferia di un torrente asfittico che aspetta la pioggia da millenni in un deserto assetato d’amore e piange. Perché solo le lacrime si possono bere

Un cielo gotico ti guarda e fa l’amore con la pioggia perenne che chiude la speranza di una sveglia mattutina in una stanza buia e rimanda l’eco di una dj radiofonica che urla che ti chiedi cosa c…urla questa a quest’ora. Comunque ti svegli. E comincia la masturbazione di una quercia trisavola in una stazione spaziale sinfonica che urla di godimento e soffrigge cipolle e patate in un seltz al limone.

Viene a prendermi la vecchia signora per portarmi in un collegio svizzero a farmi abusare insieme a Lapo tra trans e suore gesuite che si regalano un momento di preghiera mentre le orge abbondano e scendono dal cielo a forma di goccia. Occhi spermatici seguono la scena copiosa e abbondante tra spade e bastoni illuminati di brodo di carni giovani e massacrate da cui scendono lacrime di coccodrillo e sangue blu.

L’atmosfera si tinge di urine e il fetido arraspare di una topa che manifesta il proprio rancore nei confronti della crisi provoca una marcia su roma di rom fascisti gay.

Una porta sbatte e il grillo canta due volte in parlamento. Le urla stridono contro l’arco di trionfo e il mascara scivola sugli occhi ombrettati di un deputato paraplegico che canta l’inno alla gioia nel momento in cui Napolitano bombarda il Parlamento. La maschera di Bildenberg scende sull’urna funeraria della patria. Una statua la ricorderà.

Il riccio rotola su una palla di lardo e lascia il commento al sommo poeta illuminato a giorno dall’aureola funeraria di una tromba d’Eustachio

 

Rutto

Un calcolo nodale è il grande dubbio che mi stura la mente. Ora se vado a ramengo mi riempio il cetriolo di sperma? La risposta sta nei calamari congelati. E nel catarro che cola in continuazione dal vetro di un casco marziano. M’interrogo sui flussi e riflussi del mio cervello e scopro che anche lui s’interroga ma non sa su cosa esattamente. Perché se si sente triste per un rigurgito di seppia, allora dovrebbe essere anche abbastanza sveglio da grugnire in presenza del gerarca maximo: un cane chihuahua che ride a crepapelle. Mi inserisco nello smog cittadino ed erutto per le strade della grande Mela. Erutto un rutto di dimensioni dimensionali. Grande, cioè. Mi rotolo per le strade della grande Banana e riconsidero lo stato delle mie emozioni. Una blu e una nera. Un arcobaleno incomprensibile di paure e risate a piena pancia mentre il catarro scende come un Niagara inarrestabile.
Il vento. Soffia. E stride conto le ali di un uccello. Un rumore di ruggine ispira una vecchia centenaria alla masturbazione per l’ultima volta nella sua vita.
Un lupo canta una melodia che ricorda gli anni d’infanzia a un operaio metalmeccanico che decide d’impiccarsi con un fil di spada.

Polipo pulp

Livido sesso di una membrana di sangue si staglia sulla tela di un pittore bambino che succhia il pennello come fosse un pollice per bere il succo della materia divina. Si staglia sulla tela il processo effimero di una donna elefante che corre nuda nel deserto di amori e sapori laceranti e urlanti. Gode la città di spiriti maligni che voracemente ne mangiano l’anima e mangiandola diventano santi e sassi e rocce di smeraldo che dorme il sonno di un bambino defunto e risorto.

Prega mia bella la sorte rapita in un polipo multicolore che si mescola con se stesso in un universo senza tempo. Dove lo spazio racchiuso in una tela dipinge il seno di una puttana. I sentimenti si fulminano indecenti e carichi di alloro e spezie d’oriente che caricano un cavallo di putrido letame e ne affumicano l’incenso che sa di origano e cannella.

Walter si soffia nella pipa e aspira il sacro desiderio di una stella bruciante e immortale nei polmoni densi del fumo che droga il cervello e il cuore, mentre si spegne il cerino acceso dalla madonna di tutte le tele vergini e colorate.

Walter sogna il tempo che fu, un dio benestante dai mille coriandoli mentre ballava il carnevale insieme alla dorata criniera della sua bella Maria e l’amplesso godeva del momento senza un respiro che potesse librarli nel cielo di fuoco. Piangeva Walter nel mezzo di una masturbazione e l’amplesso fu un grido di dolore che fuggì dalle labbra e dalla gola, dallo stomaco e dal petto facendo tremare gli oggetti che ne temevano la potenza distruttrice.

Fumava, Walter la droga del cuore e della mente inebriata di follia alla sua massima potenza, mentre origano e cannella si spargevano nel seno della sua bella immortalata nella sua tela ad eterna memoria, a defunta memoria di vivi che non si danno pace, di morti che sono sereni. In una tela assente e presente a quel momento di vita, come un morto che ti guarda. E si chiede perplesso il perché del dolore.

La nostalgia di un ricordo si sparge nel vuoto di una camera oscura e rischiarata dalla luna che penetra nell’intimità di una grotta dei sensi. Mucillaggini di sterco la ricevono e sembrano più puzzosi che mai mentre Walter giace svenuto sperando di esser morto per stringer Maria almeno un momento. E la tela si anima e gli fa una grazia.

Risplende alla luna ed entrambi splendono nell’abbraccio immortale di un’anima che ora vive e si addormenta col suo sposo per un momento, calmandogli il cuore, calmandogli il dolore, benigno tumore di un tempo che fu e non tornerà mai più. E una lacrima scende solitaria, una lacrima di pace, una lacrima di sereno abbandono.