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Una pippa verde

Una scossa elettrica si sparge nelle mie mutande di pizzo. Mi tocco un seno di senilità e amo un drago di spine e merletto all’arsenico. Un grande canyon mi guarda muto e solidale, quando uno è muto sembra sempre solidale. Un lupo si materializza per dirmi che la mia strada è libera e fiammante, di cominciare a correre e attraversarla senza guardarmi indietro e quando arrivo sul cocuzzolo della montagna guardare giù il verde abbagliante di una risata e del padre nostro di suor Cristina. Mentre mi alzo in volo guardo un ragù bollente di pomodoro e capinere che adorano l’odore di carne umana e sangue ribollire in una saliva di una lingua biforcuta. Le mie ali di serpenti leccano la barba di Odino e sturano lavandini senza un rivolo di figa.
È così che mentre le lontre oscurano le loro feci sotto la terra dell’inferno, io mi rigiro nella notte oscura e metto la testa sotto il buco del culo entrando contemporaneamente in rete e vincendo i mondiali del carrube.
È così che ricevo la medaglia al valore militare, e il mio stomaco fa le acrobazie con le frecce tricolori in mezzo al sangue dei cosacchi dell’ordine dei Santi Cavalieri Blu.

Canta l’uccellino di Dio mentre Odino fa il brodo di cavallo.

Una nube oscura si accende nel mio nasino e tuona una violenza d’agosto senza padreterni che soffino sulle candeline del mio compleanno. Non posso piangere, ma comunque prego e forte e dormo su chiazze di sangue del mio nasino carino. Nel nome del padre, del figlio e di una Madonna vivente ma nata morta che urina nel piatto di pastasciutta della sagrada familia. Sempre e docilmente. La parola fu luce e luce fu serpente. E allora tu, tu, non piangere. Ridi canta e balla prima che lo spettacolo finisca senza un applauso.
Parole buttate come cenere d’agosto. In una piattaforma Windows che non aspetta di accendere la luce di un buttafuori che ti buttadentro a un cestino della Valfrutta, molto densa che aspetta le larghe intese di un burattino senza fili che ci porta nelle braccia di Biancaneve sotto i sette piani. Piani d’argento e apostrofo. Di un corridore che fatica a respirare durante una discesa negli inferi danteschi e ci trova proprio Dante. Ma che sfiga, fa il primo, Puoi dirlo forte fa il secondo, se lo sapevo col cazzo che stavo a scrivere tutta la commedia.
Tu, topo di fogna, rispondi alle domande che ti sfiorano il cervello nei momenti alcolici in cui ti vomiti fuori lo schifo di cui sei ricoperto. Oppure beviti l’ultimo drink quello prima di crepare in mezzo a una montagna di clark. Odi Odino la balalaika di un marocchino ubriaco di fumo e giarrettiere arcobaleno spinto a mano da Dio. Odi e non fingere di non morire ogni volta che una nota di Verdi sfiora il tuo Rigoletto guercio e la tua barba rossa sfrigola davanti al batacchio rosa di una primula che canta l’Osanna nell’alto dei peli di capra lesbica.
Quindi, caro topo, non ridere se tornando a casa tua moglie ti tira una padella in faccia, lo sai che i cavalli non telefonano così spesso neanche quando sono in giornata. Per cui tieni il piede in folle e metti in moto che stamattina sei in ritardo per lavorare.

Il miele disadattato

Nulla sottende alla redistribuzione del reddito e nulla parla nelle gonne di una maschera veneziana. E chiede. E risponde “Mi mordo la lingua!”, ma noi diciamo “E allora?” e quindi supercazzola a te amico e figlio dei fiori.
Ma tornando a tromba anche il miele cerca una via d’uscita dalle pecche quotidiane.
Angela mi fa una sega in cambio di una ruota di scorta usata. Ma ha delle mani da pianista e un tocco migliore della lingua di Venere. Non vedo l’ora id toglierle il succo della vecchiaia per ringiovanirla dai suoi ottantasette anni portati bene.
Figlia dei fiori di viola al forno che scrolla la ruggine di dosso da un cammello asmatico che quadruplica le forze per gestire la forza di Odino e sparare sulla croce.
Il senso del dovere evince la scoperta della caccia al tesoro per dormire su un materasso rotto il sonno del giusto. La bandiera bianca era rotta e sventolava su una prostata dolce come mele cotte.
Spizzico biscotti al rosmarino mentre l’orgasmo bagna il soffitto e ringrazio Angela.

Due galli d’oro alla visita del re

Cioccolatini feroci si azzannano per una panna di strutto di pecora. Mi ungo insieme al filo della conversazione per ottenere un punteggio alto nel gioco della vita anche se so che tutto dipenderà dalla fortuna. Grazie Allah per la posta elettronica e grazie Odino per le Sfrappole di Carnevale, ma soprattutto grazie Gesù per le ragadi al ragù.
Un treno in corsa mi bacia nelle gambe in fondo alle cosce di pollo per facilitare l’ingresso di un tacchino che progetta un attentato al dinosauro passando per il buco della serratura intestinale. Scopre così un giardino botanico di verdura grigiastra che serve al cuoco per sturare il naso dell’economia e dare a Letta un passaggio collaterale nella neve delle Alpi svizzere per raggiungere Schumacher in coma etilico.
Spalanco la casa di Hansel e Gretel per abbuffarmi di orchi al cioccolato e oro zecchino finché la coda del topo bianco non mi porterà nel casino incantato per imbiancarmi di meraviglie multicolor a effetti stellari e la crisi non sarà che un ricordo nel sacco della spazzatura del colon.

Nero d’Avola

Un corno infelice si distacca dalla mensola del ghiaccio e divide i sorrisi tra due ali di api polverose e ridenti.
Mi agito nella culla di un neonato alla ricerca del fallo di Venere.
Il campo minato di un barbiere pazzo si distacca dalla barriera corallina e scivola allegramente tra pali di miele e api polverose.
Dodici cassette spettegolano sulla dodecafonia dell’opera di Vivaldi.
Sei vecchiette fanno a gara per masturbarsi davanti ad un pubblico di mucche.
Il sadico gioca a tressette col morto e mette un accappatoio alla granadina di pulegge e crisantemi prima di andare al cimitero dell’auto.
Un elefante da corsa si cimenta con i Lego e costruisce un pisciatoio a forma di figa di elefantessa tra pulegge di scorta e conifere al sapore di rosa pallida.
Esco dalla fucina di Odino per la pausa pranzo e rammollisco le case di paglia del sedere del cane di Dio.
Pufff.

Un Celice d’oro, un delirio Vasto.

Una setta si compiace del pallone d’oro attanagliandosi le dita tra un’incudine e un martello. Un roditore s’infila in affari che non sono suoi e perde la coda in un tentativo maldestro di pregare un castoro crocifisso tra due denti affilati. È una corsa l’oro quella che si siede trafelata tra una folla urlante e una musica trance assordante e metallica. Vibrano i timpani di periferia. Saltano le corde elettriche di un subacqueo in immersione tra stuzzicadenti impalpabili e gamberetti che sanno di polipo azzurro. È così che finisce la storia. Con due anzi tre, anzi quattro gatti delle nevi che si accoppiano tra di loro in un intercorso che suona una chitarra da flamenco che si origina in un’ascella pelosa mai lavata.
Pelli di platano scendono soffici sulla mia pelle e grattano via il sudore di un amore mai consumato. Sulla mia pelle molle si cicatrizza un mal di stomaco che balla il tango su un collo di volpe che mi serve per lavarmi i denti la sera del dì di festa.
Odi Odino il calore dell’uomo che cova salsicce nel buio di un porcile. Scende il liquido marrone da un cielo grigio. E cola lungo le scarpe rattoppate di un papero zoppo.

Piattaforme maleodoranti

Cambio marcia in un’ironia elettromagnetica. Il sangue dei vinti scorre a piene mani e io mi faccio la manicure recitando una preghiera. Ave Giove che hai mandato Odino in barba a Zeus e insieme si sono leccati la figa. E noi abbiamo combattuto la battaglia dello shopping Natalizio per le vie maestre che ci hai mostrato tramite l’illuminazione dei lampioni. Ave cugino che passi per la mia casa e scorreggi a più non posso dopo una cipollata di fagioli. E ave a te Vergine della danza che monti i cavalli all’aria aperta di via Monte Napoleone. Negozi sfarzosi ammiccano alle fotomodelle e le abbracciano in una morsa letale. Succhiano il sangue e restano ad aspettare la prossima vittima. Ragni della moda sempre vigili e pronti ad una partitina a poker.

Mentre leggiamo scivoliamo su carote che ridono a crepapelle su mozzarelle in carrozza che cavalcano capresi imbufalite. Crediamo di rovistare tra falene che nuotano e pantegane che volano in mezzo alle nostre pupille fatte di spazzatura antiatomica. E troviamo solo zanzare impaurite che si erano nascoste tra il tartaro e le gengive di Gengis Khan.

Il punto è: Moana Pozzi fa parte degli archetipi junghiani?

Tutto si risolve in una melassa di cioccolato. Truccunidda si scioglie in uno scherzo allegretto andante ma mica troppo e svuota lo stomaco di lattine di coca cola accumulatesi nel corso dei suoi trecentotrentatré anni di pettegolezzi e maldicenze. Mi sdraio su una lattuga di marionette e mi dissolvo nell’etere radiotelevisivo. Appaio in spettacoli di cabaret e documentari sui cinghiali poliformi.

E applaudo il pubblico. Che scappa dalle sue pene.

 

Verde peperoncino

Una melassa viscida scende lungo il mio corpo che assomiglia a una pantegana vestita a sera. Lucida. Con occhi ammalianti. E rossetto che sa di cipolla. E peperoncino. Per una lingua saporito e piccante. Una manciata di pesce mi pulisce le orecchie e vola nel fango del deserto fatto di semolino semovente.

Un colpo di tosse di Odino provoca una manciata di gocce di riso negli occhi dei beduini coltivati in serra.
Ciliegie si smoccolano il naso otturato da nocciole fiorite con semi di mais. Il culatello è sempre un alimento che ti ama dal profondo del cubo.

Non alimentiamo lo sforzo di sedersi e farci una ciulatina al latte d’asina. Giovanni si beve un limoncello al chinotto sul suo albero sopraelevato adiacente alla casa colonica di una base lunare.
Manlio osserva lo spettacolo e piange. La sorpresa di essere rimasto incinto è più forte di lui, ma il suo istinto materno gli impone di tenere il bambino nonostante le pressioni dei genitori.

Quanto a lei non lo deve neanche sapere. È un affare che non la riguarda. Per il resto ci penserà. Ora vuole godersi una maternità spensierata insieme al suo cane Guso, nella sua baracca alla periferia della metropoli.

Si avvicina

Gomorra silenziosa si avvicina ad un gattopardo dormiente davanti alla televisione e spara. Un dardo infuocato di sangue rancido e gommoso. Il livido furore di una fiera si staglia allo specchio delle tue paure a forma di trota selvatica dell’acquario dei tuoi pensieri più densi.
Cartone e Gomorra godono nel trapassare fermenti lattici vivi di un gattopardo che si aggira con l’aids nel corpo peloso ansioso di cibarsi di infanti che piangono di felicità davanti al Cid Campeador che si accampa su una banana nel trespolo della Cantabria.
Cantando con la sua chitarra le doglie di un passerotto spaventato dal proprio aspetto a tre teste e due peni semoventi. Cloni di una ragazza di poca esperienza ma sulla buona strada per diventare una prostituta e finire nelle mani ruvide della Boccassini.
Finché non muore partorendo un dinosauro a forma di staffilococco frocio.
Solleva, Gomorra, il lenzuolo della testa bandita e riceve i sacramenti del buon dio della sorgente di Fiuggi che veglia sul corpo malandato del signor Odino, veterano di tante battaglie e di tante mogli, morte sul campo insieme al Cid. Il campo Giuliano concima il suolo di tanti fermenti lattici e fertilizzato da vermi e decomposizioni decomposte. Una rosa rossa emerge dal vulcano delle Cicladi per vomitare sperma fuso e concimare isole greche.
Tutto questo vediamo alla televisione in una serata di scazzo e fumo allucinogeno.

Pel di carota

Una musica popolare stona nel sangue di un cherubino la cui pelle esplode di chiaro di luna e le rane nascoste nei mille pensieri si cimentano in una gara di ronzio di zanzara. Enrico prende il mughetto e lo masturba con la sega automatica dopodiché viene a parlare di orgasmi politronici mentre lo portiamo alle urgenze. Il medico dichiara lo stato d’allerta all’altezza della banana rotta e si cipolla il naso con una protuberanza ischemica.
Fu lì che notiamo che le rane cominciano a uscire una a una e invadono, perché sono tante, centinaia di migliaia, una per ogni goccia di sangue, e invadono la clinica svizzera allacciando relazioni fraterne con i pazienti che denunciano lo stato delle cose all’autorità giudiziaria.
Ma ora Enrico si è ripreso. Ora sta bene. Ora perde solo sangue normale, umano.
Anche il colorito è cambiato e tende all’arancione pel di carota.
Perché in fondo tutti noi siamo Enrico. Tu che guardi lo specchio delle tue colpe. Tu che osi pregare la santa trinità masturbandoti l’orifizio ascellare. Tu che canti le lodi di Odino mangi anche tu gli sciami di pere cotte che vituperano lo stuolo di api e circondano la tua felicità per dirti che se la vuoi veramente non basta pregare ma bisogna anche sputare. Pane, olio e sangue di bue.
Così ottieni la tua strada verso la destra del Padre. Padre Ippolito. Che siede nel regno dei cieli e si vergogna perché ha dovuto pagare tangenti, ma oramai non ha più nessuno con cui confessarsi. Enrico prega. Prega una strega. Che ha la forma della Madonna.
E lei, anzi, Lei, gli promette case e cuori purché la sposi e sia suo per sempre e soprattutto gli promette di fargli tornare una rana nel cuore affinché possa piangere di dolore e sapere dov’è la felicità.
Anche tu che guardi, lo sai, che senza una rana nel cuore non sai dove andare.
Come Enrico. Anche tu sei come lui.
Dopo la mezzanotte, però. La mezzanotte della nostra era finisce con l’Apocalisse.
E lì i trans diventano borghesi tradizionalisti. E i politici gente di cuore.
E tutti si chiameranno … Enrico.
Anche tu.