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Un dollaro di vita

Un ingegno si scava la tomba con le proprie mani e prega sistematiche azioni di guerra in mezzo alle foreste di piombo in una salsa americana che lega le mani e inghiotte canyon di camion di spazzatura. Ingaggio una squadra di scarafaggi per giocare alla merla cinese.
Cerco una scarpa in mezzo alla metro. Mi scordo del collo a cui è attaccata una cintura di castità.
Dò un taglio al sistema nervoso per non sentire più i tunnel della memoria di uno studente intellettualoide che parla del destino. Una foresta di sentimenti lenti, un mortorio di accendisigari spenti e siringhe con residui di eroine come Giovanna d’Arco.
Una villa si riempie di fango. Mentre i vigili del fuoco riempiono le loro anime di Nutella.
Suviana si riempie il girocollo di pasticcini per mangiarli durante il calo di zuccheri quotidiano e un coro gregoriano si espande a ritmo di allori. Baciamoci sotto la barba di Babbo Natale che porta fortuna ad un bombolone alla crema che ritorna dal lavoro in aeroporto. I nababbi brindano al sole della festa del dollaro e una cucina fatta per affettare mani e piedi

Toro

Un fumo avulso si erge dalla superficie del naso di un conte ombroso. Mentre i suoi capelli s’incazzano di grigio che sembra un bicchier di piombo sprizz. Devono aggiustare la strada mia cara, non ti pare una buona ragione per farmi un pompino? Via non tiriamoci i culi addosso. Non è di cattivo gusto? Il bon ton si apprezza, mentre il vino evapora dallo stomaco di una vacca alcolizzata ma felice di aver fatto la zoccola in una miniera d’oro. Meglio gli uomini dei tori. Si ripete mangiandosi un fico d’india. È la vacca del conte. Si chiama Frigidaire. Anche lui come tanti preferisce l’amore alternativo. Senza impegni. Ma per tutta la vita. Una vita che frana poco a poco addosso ad un aristocratico che conta le pecore per svegliarsi e scopa le mucche pensando di dimostrare di essere un toro.

Cosimo ergo sum
Un vomito blu mi parla su un sottofondo di sitar indiano. Sfrappole fritte piovono da ogni dove su una città di campagna dove si tirano ancora i carri coi buoi. Un elmo da guarra si stira insieme a voci rauche che cantano in un coro di bambini di chiesa. Gloria nell’alto dei cieli e pace nelle fogne di Calcutta ai topi e alle gazze ladre di palle di piombo. Cerruti è un marchio da sballo. Ma Cosimo Pietraguerra è altrettanto sborrone. E io vesto Cosimo.
Bacio il bacio della fortuna affinché vesta le vesti di seta e copra le menti dementi di un capo branco a cui l’alcol ha dato alla testa di cazzo. Cazzo, un pene, una poesia, del cazzo, appunto.
Suor Cecilia era una ragazza alta e magra che non riusciva mai a dire la cosa giusta al momento giusto e allora dava l’informazione al gruppo. Trovava un ruolo, quello di gazza ladra, o di corvo dato che era alta e vestiva di nero. Le amiche si rivolgevano a lei come fosse google, ma era l’unico modo di avere la loro attenzione. Poi siccome in parrocchia le davano tanta più attenzione quanto più lavoro faceva e che le suore erano più simpatiche delle sue amiche, le venne naturale farsi suora. A 50 anni s’innamorò di un chierichetto. Cugino di un’altra suora.
Un’urna funeraria raccoglie le sue ceneri portate in processione da tutto il paese nell’attesa di essere presto dichiarata santa. Miracoli piovevano dal cielo come Parmigiano sui topi a ogni orgasmo nel quale chiedeva perdono con tanta forza da far accendere tutte le luci del paese. E anche gli elettrodomestici.
Scivolando giù per il tubo del gladiatore il redentore ripuliva i pollici inondati di sesso e celebrava una messa nello sfintere gassoso d’incenso e metano liquido.

Un’onda

Un rimbalzo da palla da basket e un cesto da tre punti si alza la folla e si chiude la partita. Un’onda di euforia contagia le menti di ramarri attrappiti. Volano le farfalle in mezzo ai giocatori di una roulette russa in cui chi muore si spara per ultimo.
Tracassette si beve uno sballo per urlare la sua gioia davanti all’orda. Furore e alcol scorrono nei laghi di una lupa mannara in pensione da dieci anni. Un appartamento pieno d’incenso scoppia in mille petardi e volano gli uccelli nell’alto dei veli e bruciano le menti degli uomini di buona volontà in mille scarpe nere.
Un fiume musa giocondo e rutta un odore di salame stracotto. Il pescatore nella sua barca ondeggia beato con un sigaro in bocca aspettando un miraggio finché una balena abbocca e lo porta con sé. Di tutto cuore.
Agito il salnitro con lo zolfo e il piombo e faccio scoppiare una miccia che ritarderà lo scoppio del nucleare e ritorno di corsa all’albergo dei sette nani per abbracciare biancaneve in un pertugio solenne.
Boh.