Archivi tag: primavera

sul capodanno cinese

Oh, viola pazzesca se tu mi uccidessi ora non soffrirei da tanto che è la sofferenza dell’umana gente sul gabinetto del mondo. In quell’attimo di sforzo canta e balla la flora intestinale. Mangia coniglio, il reddito di cittadinanza, mangia la carota di Belzebù. E dona la tua carità il giorno di Natale sperando che il prossimo anno sarà migliore senza fare un cazzo in più.

Tredici uomini e una gondoliera

Sulla cassa del morto

Un epitaffio di primavera
Con le campane a morto
È una cosa bio, non ha le tette a pera
Perché cade da una foresta, non nasce nel tuo orto
Ma scende dalle stelle, come tutte le panzane della nuova era
Enrico ci crede come tutti i fedeli dell’anno cinese del coniglio da asporto
E Beatrice s’illumina a giorno pensando all’autocombustione di una bufera
Di neve solare che buca la tuta d’astronauta e ci mette dentro un piede di porco
Per fare la festa di un Capodanno a un tacchino e a una capinera

Una scuola fiorita

Origlio i pesci di una triglia e fantomo una scuola di soubrette e conigli in giro per la terrazza di un campo fiorito di fiori fioriti. È primavera cazzo. È così che consumiamo il prosecco in una cantina sbevazzata di formaggio elettronico. Perché vogliamo cantare a squarciagola. Quindi prendiamo i coltelli e ce la squarciamo. Punto e finito. Finché l’olezzo della salvia divinorum non si fa strada tra le nostre conchiglie e apriamo una porta di catalessi astrale alla pulizia della buoncostume.

È un tenore quello che canta, signori miei. Non crediate che qui cantino solo puttane. No. Cantano anche sciovinisti e terrorizzati cani di miele turbato dalla cantilena di una cagna in calore. E sbavano. Bava burrosa scende dalle fauci sdentate di dobermann dal pelo liscio e scuro. Vi guarda e parla con voi. E canta le vostre promesse ipocrite. Le canta perché son belle. E qui preghiamo insieme per un tempo che non scorre. Bloccato al semaforo, mentre torna a casa dall’ufficio.

 

Menti che ti passa

Un arco di ginestra puzza di ascella e annuncia la primavera in un losco antro distrutto dal vento. Si trova in cima ad un grattacielo di edera e rosa canina. Là sopra si inventano mondi sommersi per disperderli in frantumi di vetro soffiato. È il mio lavoro. Operaio di settima. Qualificato. Mi occupo di pubblicità. Invento slogan per la propagazione dei mondi nell’emisfero australe. Seduto su una panca davanti al sole del deserto pronuncio nomi e trituro talismani per spargerli nel vento ed entrare nella mente delle persone. “È un mondo di pazzi, fattelo piacere perché non ce ne sono altri se non peggio” è il mio slogan preferito, altrimenti “Hai un culo pazzesco fratello, leccati le ascelle e non scassare” “Questa volta è quella buona, cambierà tutto, tieni duro” “Sta per arrivare il nuovo Messia, tienti pronto” . Mi diverto a spargere puzza e sangue di vitello negli occhi di innocenti vergini di settant’anni e passa.