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Quando il gallo salta due volte

 

Nella prateria si erge una statua che urla ai passanti una frase dipinta nell’agnello di un’auto bianca. Una rosa bislacca si sparge il rossetto su labbra paesane insieme a briciole di pane azzimo in camicia nera rosso fuoco.

Spargo si mette una tuta bianca in segno d’amore per una pulzella in calore che festeggia una putrida sensualità coniugale insieme alla moglie Tristana che si pulisce i lunghi capelli neri con la saliva di un castoro guercio.

Una capra affonda le sue mani in trincee d’amore al suono di una cornamusa in fiore e io prego la fanciulla in bianco di seminare le sue uova tra sfoglie di frumento imbrattato di catrame e poliprobilene di butano mefitico.

Mi sfrego le mani in segno di approvazione per il contorno di sesso tra seni ruvidi e capezzoli che sembrano plastica e mi masturbo in preghiera alla Vergine del manicomio in cui ritrovo conigli e pescivendoli che mi salutano e sono contenti di rivedermi.

 

Verde peperoncino

Una melassa viscida scende lungo il mio corpo che assomiglia a una pantegana vestita a sera. Lucida. Con occhi ammalianti. E rossetto che sa di cipolla. E peperoncino. Per una lingua saporito e piccante. Una manciata di pesce mi pulisce le orecchie e vola nel fango del deserto fatto di semolino semovente.

Un colpo di tosse di Odino provoca una manciata di gocce di riso negli occhi dei beduini coltivati in serra.
Ciliegie si smoccolano il naso otturato da nocciole fiorite con semi di mais. Il culatello è sempre un alimento che ti ama dal profondo del cubo.

Non alimentiamo lo sforzo di sedersi e farci una ciulatina al latte d’asina. Giovanni si beve un limoncello al chinotto sul suo albero sopraelevato adiacente alla casa colonica di una base lunare.
Manlio osserva lo spettacolo e piange. La sorpresa di essere rimasto incinto è più forte di lui, ma il suo istinto materno gli impone di tenere il bambino nonostante le pressioni dei genitori.

Quanto a lei non lo deve neanche sapere. È un affare che non la riguarda. Per il resto ci penserà. Ora vuole godersi una maternità spensierata insieme al suo cane Guso, nella sua baracca alla periferia della metropoli.

Pus di sogliola verginale in calore liquido.

Sigola partoriente di uno sperma inflitto da secoli di barba ispida che si scontra con occhi azzurri che scendono dal cielo. Forma di stelle. E di marzapane. Godi puttana essenza di un’esca torbida e vogliosa. Tradisci la tua anima e mieti vittime di polvere da speranza. Un’anima in pena. Un’anima di panna.
Voglio l’erba voglio. Una farina bianca che si aspira come un palloncino.
Vedo e non vedo. Una foglia rossa di sangue. E di sperma liquido. Evapora in mille pezzi. Davanti al fiume rosa. Di petali cadenti dalle stelle di letame appariscente. A-E-I-O-U.
E ficcano le dita su per il naso.
E I O U.
E Fondono il retto decadente in sordide minchiate. Di roba sparsa in mezzo ad un garage. Martelli pneumatici.
Pneumi e aneurismi sono sdraiati su un pezzo di sciopero. Mano tagliata che disturbi il sonno dei cadaveri. Buoni per la zuppa. Elettroshock che si scioglie come amianto liquido. Un’alchimia inseguo. Una foglia verde rame che si trasformi nel mio oro elegantemente acceso a tavola.
Aristocraticamente. Balla il rock. E impazzisce di tagliatelle in grasso d’oca e sperma di cavallo.
Un cammello insegue una tartaruga e si accoppia con lei.
Una suora esigua si masturba con un righetto e una penna a sfera a forma di croce uncinata.
Una zingara piange sulla pioggia di una finanziaria che decapita persone e miete sanguesu ebrei e zingari.
Zingari ripieni di libertà verde pisello.
Sì, certo, mi ricordo Amir, ricordo che sparavi cannonate ai nemici, da piccolo, ma ora sei grande e ora devi sparare i missili. Ora sei un uomo. Un vero soldato agli ordini del grande Godzilla. Godzilla di guarda.
Godzilla ti vuole. Prendere con sé. E tu obbedisci e lanci i missili di mais e matate. E ridi a crepapelle, mentre coinvolgi seguiti di sciami di zanzare che si muovono come ballerine drogate di sperma liquido e vaginale.
Non pensare. Non uccidere. Abbraccia una monaca fuggente. E fuggitiva.
Schioda la fantasia dalla realtà e trucida le sette capinere.
Assali il sesso di un Dio demiurgo.
E quello di un Dio bestiale che sente di appartenere ad una setta di credenti impazziti.
La tastiera si muove e sa di bomba ad orologeria. Lo sento con la lingua. Lo amo con la milza. Amami amore mio e il mio cuore di mamma si tufferà nel profondo della primavera. In mezzo a stagni liquidi. E danzerà mietendo vittime di realtà multidimensionali che non guardano il satellite dal buco di una serratura ma bensì da una cioccolata a forma di sfera arrugginita. Fu così che finì il mondo, mio caro. Dietro al sole.
I pianeti si mettono il rossetto. E adocchiano il sole dietro una cortina di stalle che sta mangiando il crack per flippare di energia cosmica e soddisfare la propria lussuria plateale. Il tutto davanti ad un pubblico gaudente che applaude e ride. Tira pomodori al sole e si scioglie in un’orgia di tuberi e patate pericolose che esplodono ad una certa ora schizzando il sangue tra piatti di pasta e uccelli del pleistocene.
Un periodo d’oro per il ragù. Fiori esplodono d’amore e tirano le funi tra miseri soldi e attrezzi da lavoro di contadini liquidi. Dosando accuratamente la fonduta al formaggio mio accorgo della difficile missione del decano della spiritualità che accondiscende alla contraddittoria allusione di Platone sulla meritocrazia delle pillole di Aragosta. Liquida. E rock. E tardo. E plop. Un plot che non ruggisce. Una stronza strada di stradivari.
Esco e non esco.
Un piatto di lupini. Liquidi.
Una grande volta storta si riempie di pus.
Al rimpianto di una storia d’amore mi reggo e mi aggrappo ad una liceale in minigonna.