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Lacrime di Nutella

Ma ti pare che un indiano cherokee si serva del cucchiaio per mangiare la nutella? Un olio di palma che cola lentamente dal seno della donna fino alla vagina e che lubrifica un’anima gemella col collo dell’utero.
Scendiamo una scala di vetro per riunirci col dio del vento lexapro online. Non piangere, non piangere più. Il cielo si è aperto per mostrarti il video della tua vita. Guidavi in un’auto nera. Posso appena vederti, in trasparenza, attraverso un vetro rotto. Fino a quando una magia si rompe contro il tuo cuore e un orso scannerizza i tuoi capelli. Mentre viaggi in Spagna e purgi la tua pena contro i sogni del passato. Non piangere amore mio, non piangere più. Fai straripare il mio cuore come un violino impazzito. Posso appena sentirti. Una madre cavalca sull’oceano. Lei sente il tuo dolore. Finché non diventerai più forte per volare. Un’onda cavalca fino a te. Non piangere. Sette sfumature di blu colorano il tuo respiro. E il mio. Non cantare quelle note, non cantarle più. Toccano la mia anima. E fanno risvegliare i miei sogni. Posso appena sentirli. Non suonare più quei violini. La loro eco sibila sul pavimento e mi pervade e mi uccide.
Gli indiani attaccano. Attaccano la mattina per difendere la loro terra dai barbari conquistatori. Nomadi contro contadini. Numerosi come api. Spietati come vespe. Non piangere piccolo barbaro. Un giorno vendicherai il sangue dei vinti. Un giorno partirai per lo spazio infinito e insieme ai topi addestrerai astronauti sul pianeta di Hallowen.

Un dolore lancinante di pasta al pomodoro.

Mi riempio di pasta a pieni polmoni. Un grande respiro mi porta ad Alpha Centauri alla velocità del pensiero. Se penso troppo viaggio per l’universo su una cavalletta epilettica. Una versione beta del mio cervello mi farebbe comodo per testare sogni e universi mentre la cavalcata delle Valkirie canta un’ode a Amadeus che piange nel letto di morte per un Requiem erotico dedicato a sua nonna.
Con Enrico raccatto la spazzatura delle stelle e prego in ginocchio un intestino crasso di montarmi la panna sulla fronte una volta che uscirò da questa storia in posizione supina. Buon compleanno Murphy. Sulla stella d’autunno intingi il tuo marchio tra sangue di donna e fuliggine d’amore che entra spalancando la finestra sul mattino umido e caldo. Dopo una notte di urla e orgasmi ti accasci alla radice delle tue pene per bere il brodo di Frodo che fa ancora le fusa strusciandosi al tuo mantello di pelle.
Godo di una sinfonia di stelle e dirigo l’orchestra di spasmi epilettici di giovani giovenche in abito da sera in cerca di un flauto armato di succo di mela da bere per aperitivo.
Spritz!

Nella faccia del delirio

Una faccia si gira dall’altra parte mentre i miei sogni spariscono nella nebbia della mattina che con l’avorio in bocca impone ai fantasmi della notte di uscire dalla finestra e li sostituisce con altri di un mondo legato alla terra. Tra piccioni e pipistrelli vestiti da festa in maschera ammazziamo la rustica comodità di un letto caldo con quella pungente di vento gelido e camminiamo tra polveri pesanti e camion autostradali tra pezzi di piombo e panifici che vendono quello che hanno prodotto durante la notte.
Un cane guaisce e un barbone perisce nel cammino verso il posto di lavoro. Insieme a una vecchietta incipiente che mostra al nipote come il cane fa i suoi bisogni e i piccioni mangiano le briciole e la riproduzione si rimescola insieme alle cipolle del soffritto in un brodo primordiale tra galassie che stanno sparendo come i fantasmi della notte nella nebbia mattutina che ha l’oro in bocca e il piombo nei polmoni.
È così che libero la mia immaginazione tra le budella terrene e propongo l’utopia del delirio a lestofanti mugnai e lesbiche androidi di generazioni di tessuti adiacenti che si coprono con coperte della nuova e vecchia Zelanda sognando un osceno pacifico che muggisce onde scatenate e ricopre gli atolli di atomi di pastafrolla meneghina.
Prego. Avanti tu che io non posso.

Dagoberto

Dagoberto si scinde in due lenti a contatto e mima una partita di calcio contro l’Anderlecht in gonnella. No grazie non voglio fiori solo sogni e bestemmie.
Caro vu cumpra invecchiato in spiaggia sotto l’egida di una vagina di luna. Sorridi zingara e maledici coloro che pungono le zanzare come te e le dissanguano.
Bevi, piccolo Dagoberto, un sorso di oceano e spingi una carrozzella di fianco a tua moglie tatuata e più alta di te di almeno venticinque centimetri. Hai l’aria divertita, sorridi e spingi, una carrozzella con un bambino mongoliforme che spicca il volo attaccato a una mongolfiera. Al suo posto scende un nastro rosa da cui nasce un albero di rose e polvere da sparo.
Perché, zia, è arrivato il treno e ha portato via tutta la magia di una carrozza con i cavalli rossi?
Gira, zingara, e raccogli l’argento sporco di una massa povera in bicicletta che sa di pesce fresco, che ha l’alito fresco.
Dagoberto è fresco di doccia e profuma di peperoncino caliente. Si specchia e trova brufoli alla spina in litri di passeggini ricchi di orsacchiotti di primavera. E si domanda l’importanza di essere padrone del proprio tempo. “Se sei padrone del tuo tempo – annota sul suo diario nero – sei padrone del tuo mondo”
E per rispondere a tutte le domande, si fuma uno spinello alla frutta secca. Mentre fuori dalla sua casa un elefante cammina bevendosi una granita alla menta e una bambina comincia a diventare sexy durante un film di spaghetti western.

Il cimitero delle stelle

Le api estraggono il miele dalla fontana della giovinezza che si deduce dalla simpatetica commistione di angeli e risotti al radicchio. Due samurai si sfidano con asciugacapelli tra i denti e giocano a ping pong con una pallina di plutonio arricchito. Una roulette russa, per dire. E una lacrima scende dal cuore di una donna che passeggia sotto lampioni ricchi di solitudine e silenzio. Nell’oscurità il silenzio si muove e danza un tango accompagnato da lunghi squilli di tromba cadente come stelle che si danno appuntamento al cimitero vicino alla chiesa sul colle. Nel silenzio cadeva una lacrima che inumidiva un suolo ormai secco come l’anima della statua che vigilava sulla piazza di chi non dorme mai ma non esiste nemmeno. Fantasmi di sogni e incubi si gettano su quella goccia di vita e dolore e ne bevono il sale e l’acqua mentre il grido delle trombe si sparge nell’eco delle montagne intorno. Un sospiro di sollievo si leva dall’oceano di anime che a cascata ringraziano il diavolo e lo mangiano spalmandolo su burro e miele in ossequio alla danza delle rondini.

Come il bacio per il cioccolato

Una vecchia vestita di grigio e di rosso aspetta che l’amo faccia il suo lavoro in uno stagno vicino a casa. Guarda lo stagno e pensa a quando era giovane che credeva che pescare fosse una cosa da vecchi. Aveva proprio ragione. Specie se si è vecchi e affamati e non ci si può permettere di comprare carne al mercato. E si ha tutto il tempo.
Giusto aspettare che finisca anche quello. E allora pensa ai suoi nipoti lontani e ai suoi morti. Marito, sorella, genitori, amiche e amici. A novant’anni li hai seppelliti quasi tutti, pensa, e spera che questo pesce le permetta di seppellirne anche qualcun altro. In fondo alla fine diventa una gara di resistenza. E un desiderio atroce di farla finita.
Sì perché tanto quella che vince in fondo è la solitudine. Charlie non è d’accordo con lei. Per lui la solitudine è meglio di una moglie. Una compagna fedele sempre pronta a farlo stare bene. E che l’aiuta a realizzare sogni che non s’era neanche mai immaginato di avere. Ecco alla fine Charlie è l’ultimo rimasto da seppellire, poi se ne può anche andare. Anche Charlie le dice la stessa cosa.
Quel pesce lo sta pescando proprio per lui.
Lo ricoprirà di cioccolato fondente e lo congelerà, poi lo tirerà fuori in modo che si scongeli la cioccolata ma non ancora il nucleo e quando lui lo assaggerà beh, sicuramente deciderà di baciarla. S
orride pensando al fatto che o sarà così o farà fuori tutt’e due così non ci saranno né vinti né vincitori, ma semplici morti.

Nel blu dipinto di rosso (seconda parte)

Non ho più tempo. Ed è troppo tardi per tornare indietro. Lo sento premere. E non chiederà permesso. Ho appena il tempo seppellire i miei sogni sotto quintali di odio per me stessa. Non ne usciranno per un bel pezzo. E lì, sentendolo entrare, anzi, spalancare porte e finestre con un ruggito, chiudo gli occhi e apro la bocca in un gemito… di piacere forse, dolore sì, e di Paura di Essere Squarciata. Tanta paura.

Mi guarda e lo guardo. E mi aggrappo ai suoi occhi…blu. E ricordo. Quello stato come che galleggi sulle onde cullata dal materassino nel caldo abbraccio dell’alcol, si sta trasformando in un maremoto mentre lui comincia a possedermi e io, che ora vorrei nascondermi, non potrei essere più sua.

Tutto è iniziato guardando quegli occhi oceano che, mentre lui diceva, loro mi prendevano e, mentre io chiedevo, loro mi aspiravano.

Lì la mia anima ha deciso di rifugiarsi in un altro corpo.

Grande. Abbastanza per contenerne almeno due o tre. L’alcol è stato solo una logica immersione nell’oblio. Così, mi sono assentata un attimo dalla vita. E ora mi sto facendo violentare l’anima da un bisonte sudato che mi riduce il corpo a uno spezzatino.

Una zaffata acida di ascella mi devasta le narici, perfora la corteccia cerebrale ed evapora le nebbie dell’alcol, così, d’un tratto la luce del sole di mezzogiorno mi percuote la memoria. Mentre le sue gocce di sudore mi piovono sul viso come miele salato, mi risveglio di colpo da un sonno che non era eterno.

L’alcol mi tradisce.

E mi lascia essere lucida preda del mio peggior nemico, il ricordo. Anche lui, ora, mi possiede. Non tu bestione di un ex-pugile che fai l’amore come se facessi la finale dei campionati di boxe. Tu non sei l’uomo della mia vita gli urlo nel pensiero con la rabbia di un prigioniero, mentre una lacrima mi scappa via da un occhio come una gazza ladra che non puoi più riacciuffare. Ma tanto è abbastanza buio e lui non può vedere. E anche se può, figurati se se ne accorge.

Allora piango. Gemo. Urlo. Allora gli pianto le unghie nella schiena e nel culo. Allora, Sì, libero la Cagna Selvatica dalle catene del giudizio. Questo è l’unico piacere sincero. Una gioia pazza e maledetta. Che brucia acida. Che mi porta all’orgasmo come un treno che ha buttato via rotaie e macchinista e corre pazzamente in una discesa che finisce dritta nel vuoto.

Lui s’infuoca ancora di più e, Sì, Sì,  mi punisce ancora di più aprendo nuove breccie nella pelle più delicata. Anche loro bruciano. E magari mi farà il piacere di lasciarmi morire dissanguata.

Ammazzami ti prego. Ammazzami. Ti amo. No, tu non sei Lui, Lui non c’è più. Lui s’è sposato oggi pomeriggio in questa casa. Ma tu fa’ ancora finta di esserlo. In fondo anche Lui ha gli occhi blu.

Nel blu dipinto di rosso (prima parte)

La sua lingua è una lucertola che esplora contemporaneamente tutti gli angoli della mia bocca, e sostituisce chirurgicamente tutto il mio sapore con il suo, acre, di fumatore incallito.

E allora io cedo la mia volontà alla sua. Lasciandomi clonare da una bestia ogni neurone e ogni interstizio in cui cercano di rifugiarsi i miei sogni cercando di preservare la mia identità.

Loro, almeno, non sono ubriachi. Si sono chiusi in cassaforte. E  cerco di aprirla affinché questo gigante che mi tambura i timpani con le sue urla da baritono con la raucedine possieda pure loro. Intanto, loro, tutti in coro mi urlano “Cagna” o “Puttana”. Non li voglio sentire. E li dimentico.

Mentre discuto con loro mi dimentico. Cazzo. Sì, vallo a raccontare alle amiche che mi ero “dimenticata” di averci una figa, laggiù, bella aperta. Ma dove sono finiti i pantaloni. Ah, ecco, pensavo di averceli ancora addosso. Per quello che mi ero “dimenticata”. “Sì – mi direbbero – bella scusa. Vai avanti. E poi? Che t’a fatto quel colosso negro?”